Appunti di Filosofia
A cura di Cristina Allegretti
del Laboratorio Evolutivo Permanente
Associazione GEA Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 339 5407999

Cristina Allegretti

Parole chiave

Aletheya: verità essa è l'aspirazione di tutta la ricerca filosofica antica.
"
Si possono distinguere due significati fondamentali di verità nell'ambito del pensiero antico: uno ontologico e uno gnoseologico. Nel primo significato, verità indica l'essere stesso e la realtà. Nel significato gnoseologico la verità è la perfetta corrispondenza e l'adeguazione del pensare all'essere, come implicitamente è detto già nel poema parmenideo ed esplicitamente da Platone e da Aristotele. Quest'ultimo scrive: "Il vero è l'affermazione di ciò che è veramente congiunto e la negazione di ciò che è realmente diviso". (G. Reale)
La verità, oggi ci è ancora necessaria?
Archè
: la parola è stata coniata da Anassimandro, allievo di Talete: "
cominciamento, ciò che tutto regge e governa, ciò da cui tutto deriva e in cui tutto si risolve".
La filosofia nasce come ricerca di un sapere incontrovertibile, tale verità sfida la mutevolezza delle cose che nascono e periscono sotto i nostri occhi incantati, l'archè diventa il concetto attraverso cui noi incontriamo l'identità del diverso.
Nell'archè: "
vengono identificati due concetti che non sono immediatamente identici: il concetto di ciò che vi è di identico in ognuna delle cose diverse (ossia l'identità o unità del diverso), e il concetto dell'unità da cui tutto viene e in cui tutto ritorna. E tuttavia questa identificazione risulta pienamente comprensibile se si presta attenzione alla circostanza che i primi filosofi tendono a identificare ciò che vi è di identico nelle cose diverse e ciò da cui le cose sono costituite (ossia ciò di cui son fatte, la loro "sostanza" o "materia" o "elemento"); sì che ciò che vi è in esse di identico è la stessa unità da cui esse, formandosi, provengono e in cui, dissolvendosi, ritornano: così come l'acqua del mare è sia ciò che tutte le onde hanno di identico, sia ciò da cui esse, formandosi, provengono e in cui esse ritornano quando si dissolvono." (E. Severino).
Aretè
: virtù.
L'essenza delle virtù vengono indagate da Socrate, il quale ricercava una morale universale, la ricerca di tale essenza viene continuata da Platone e da Aristotele: le virtù sono per il primo l'essenziale per essere un buon politico, per il secondo sono necessarie per essere felici.
Platone nella Repubblica ne dà questa definizione: "
la virtù è ciò per cui ciascuna cosa disimpegna nel modo migliore l'attività che le è peculiare."
"Sempre nella Repubblica sono illustrate le quattro virtù che, a partire da Sant'Ambrogio, tutto il pensiero cristiano chiamerà "cardinali" (ossia principali): la temperanza nei confronti dei desideri, la fortezza o coraggio, la saggezza (o "prudenza) e la giustizia. Quest'ultima riassume in sé tutte le altre virtù, assicurando armonia nella vita dell'uomo (e dello stato); ma la saggezza (che Platone non distingue dalla "sapienza" stessa) consiste nel dominio della razionalità nella vita
dell'uomo, e quindi è la condizione stessa della vita virtuosa."( Enciclopedia Garzanti).
Aristotele nel testo:’ "Etica Nicomachea" dice: "L'uomo è virtuoso quando esplica bene e come si conviene quella attività che gli è peculiare, ossia la sua razionalità".
Armonìa:
armonia dalla radice harmòzein= congiungere.
"
E' un concetto che esprime una visione tipicamente greca della realtà, ed ha valenza ontologico-cosmologiche, antropologico - psicologiche, etiche, musicali.
Dal punto di vista ontologico, il concetto è già chiarissimo in Eraclito che interpreta la realtà come "armonia di contrari" e diviene dominante a tutti i livelli con i Pitagorici, in virtù del concetto di numero e dei concetti ad esso connessi. Filolao esprime nel modo più pregnante il principio: "tutto nasce a causa della necessità e dell'armonia".
A livello antropologico armonia esprime soprattutto il concetto di anima questo soprattutto in Platone e in Aristotele.
Dal punto vista etico, la virtù è interpretata come armonia, come ordine interiore, cosmo dell'anima."
(Giovanni Reale).
Dike:
giustizia "
Nella storia del pensiero greco possiamo distinguere almeno sei tappe significative attraverso le quali il concetto di giustizia si è via via arricchito di sempre nuove valenze. 1) In primo luogo, è da ricordare la posizione dell'ultima generazione di Sofisti, che, sulla base della contrapposizione di legge e natura, giunse non solo a distinguere una giustizia secondo la legge da una giustizia secondo natura, ma giunse, in certe punte estreme, ad identificare la giustizia secondo natura con il vantaggio del più forte. 2)Platone recupera la giustizia come valore oggettivo, e ne fa, anzi, l'asse portante dell'etica e della politica. La giustizia, nel singolo uomo, consiste in quella armonica disposizione delle parti dell'anima per cui ciascuna di esse fa ciò che le compete, mentre, nello Stato, consiste nella perfezione con cui le varie classi sociali armonizzano fra di loro compiendo le funzioni che sono loro proprie. In breve, giustizia consiste "nel compiere ciò che a ciascuno è proprio". Alla giustizia Platone dedica due dei suoi scritti maggiori: il Gorgia e la Repubblica. 3) Aristotele dedica a questa virtù un intero libro dell'Etica a Nicomaco con una serie di fini analisi sia a livello strettamente morale, sia a livello politico, sia, anche, a livello giuridico. Per lo Stagirita la giustizia è la virtù etica che include in sé tutte le altre. 4) Il concetto di giustizia viene in seguito svalutato da Epicuro, il quale le toglie ogni valore di assolutezza, sostenendo che essa non esiste di per sé, ma solo nei rapporti reciproci, e in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare e il non ricevere danno. 5) Gli Stoici considerano questa virtù alla stregua di tutte le altre, ossia come una forma di conoscenza, e precisamente come la scienza capace di assegnare a ciascuno ciò che merita; definizione, questa, divenuta molto famosa. 6) Infine, Plotino distingue una giustizia come semplice virtù civile, propria dell’Anima, e una Dikaiosyne propria dello Spirito, che si caratterizza come l’atto del volgersi dell’Anima allo Spirito e che è come una trasfigurata spiritualizzazione della prima. Porfirio, riprendendo ed amplificando lo schema plotiniano, parla addirittura di quattro significati della virtù della giustizia, in conformità dei quattro livelli di virtù che egli riconosce." (G. Reale "Storia della filosofia antica" ed. Vita e pensiero.)
Eleutherìa:
libertà "
Il lettore di oggi fatica non poco a cogliere il senso e la portata della concezione greca della libertà, a motivo del fatto che, soprattutto ad opera del Cristianesimo, si è operato nell’ambito di questa tematica un radicale mutamento. Infatti i Greci collegavano la libertà alla ragione, mentre col Cristianesimo essa è collegata alla volontà. Max Pohlenz ha rilevato molto bene questo punto: "Noi moderni parliamo di problema della "libertà di volere", perché nella nostra mentalità il volere è una funzione autonoma dell’anima in cui si estrinseca in genere il suo impulso verso l’attività. Sotto questo rispetto, diversa era la sensibilità dei Greci. Per loro, la volontà era un tendere ad un fine (od oggetto) più o meno chiaramente noto o immaginato, e si poneva quindi in stretto rapporto con l’intelletto……(Giovanni Reale "Storia della filosofia antica" ed. Vita e pensiero).
Epistéme:
noi normalmente traduciamo questa parola con scienza, ma i filosofi antichi che hanno coniato questa parola ricercavano il Tutto, la verità incontrovertibile quindi la concezione di scienza non ha lo stesso significato che ha oggi, la conoscenza per i più non era collocabile nei fenomeni bensì nel Tutto. Platone per esempio considera epistème la dialettica, intesa come quella forma di dialogo attraverso cui la verità e quindi la conoscenza del Sommo Bene riesce a emergere dalle opinioni e dall'ignoranza.
Emanuele Severino così traduce l'epistéme: "
se noi traduciamo questa parola con "scienza", trascuriamo che essa significa, alla lettera, lo "stare (stéme) che si impone "su" (epì) tutto ciò che pretende negare ciò che "sta": lo "stare" che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per questa sua innegabilità e indubitabilità si impone "su" ogni avversario che pretenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamano kòsmos o physis.
Come la fisica moderna (ma già la "fisica" aritstotelica) non ha più a che fare col senso della physis alla quale pensano i primi filosofi - appunto perché la scienza moderna procede dall'assunto metodico di isolare e controllare -, così l'epistéme alla quale si riferisce la moderna "epistemologia" non ha più a che fare col senso filosofico dell'epistéme. L"epistemologia" è la riflessione critica sulla "scienza" moderna, ossia su quel tipo di conoscenza che ha progressivamente rinunciato a porsi come verità incontrovertibile e si propone come conoscenza ipotetica provvisoriamente confermata dall'esperienza e in grado di operare la trasformazione del mondo più radicale che l'uomo sia mai riuscito a realizzare. E questi sono indubbiamente elementi dell'aspetto per il quale, nella derivazione della scienza dalla filosofia, il parto è un distacco traumatico e doloroso
".
Eudaimonìa:
felicità, nella filosofia classica tale concetto è un principio primo che guida e a cui ruota tutta l'etica greca. All'eudaimonia è collegato l'Eudenismo: dottrina morale che ripone il bene nella felicità ed è caratteristica di tutta la filosofia morale antica. L'eudemonismo assume diversi significati e sfumature a seconda del senso che viene dato alla parola felicità.

"Nel linguaggio comune, presso gli antichi greci e latini, si distingueva la felicità come condizione di chi è fortunato e abbonda dei beni esteriori, dalla felicità interiore come stato d'animo di chi è intimamente beato. I sofisti fecero consistere la seconda nella prima, mentre per Socrate la felicità interiore deve essere congiunta alla rettitudine e alla virtù. Per Aristotele la felicità consiste nell'azione compiuta secondo i dettami della ragione, che determina il giusto mezzo: siccome quest'ultimo coincide con la virtù, la felicità per Aristotele è fondata sulla vita virtuosa."
(Enciclopedia Garzanti La Filosofia.)
Kòsmos:
significa Ordine: "
Ed è passato a designare il mondo soprattutto ad opera dei Pitagorici, i quali, in grazia della loro ontologia del numero, interpretarono il mondo appunto come ordine, in quanto è l'armonia ed il numero che tiene insieme il tutto e lo fa essere quale è. A consolidare la concezione del mondo come cosmo, contribuirono, già nell'ambito dei Presocratici, il concetto della Intelligenza come principio, sia nella versione di Anassagora sia in quella di Diogene di Apollonia, e la conseguente nascita del concetto di finalismo. La successiva reinterpretazione del cosmo data da Platone, come opera di un Demiurgo che agisce mosso dal bene e quella di Aristotele che presenta il mondo come pervaso dal desiderio dell'ottimo e come "sospeso" alla sostanza prima e perfetta che tutto attrae come "oggetto di desiderio", ridanno la cifra più tipica del pensiero greco in matematica." (G. Reale).
Così si esprime Aristotele nel "Trattato sul cosmo": "
Così dunque, una armonia unica, mediante la mescolanza dei principi contrari, ha organizzato la costituzione della totalità delle cose, ossia del cielo e della terra e di tutto quanto il cosmo. Mescolando il secco all'umido, il leggero al pesante, il retto al curvo, una unica forza, penetrando attraverso tutte le cose, ha ordinato tutta quanta la terra e il mare, l'etere, il sole, la luna e tutto il cielo, costruendo l'intero cosmo partendo da elementi non mescolati e differenti, cioè dall'aria dalla terra dal fuoco e dall'acqua, abbracciandoli in un'unica superficie sferica costringendo le più opposte nature rinchiuse in esso ad accordarsi tra di loro e traendo da tutti questi la conservazione dell'universo. E la causa di questa conservazione è l'accordo degli elementi, e la causa dell'accordo è l'equilibrio e il fatto che nessuno di essi supera l'altro in potenza: infatti il pesante ed il leggero, il freddo e il caldo si bilanciano reciprocamente, e la natura ci insegna, riguardo alle cose più grandi, che l'uguaglianza è ciò che mantiene la concordia, e che la concordia è ciò che mantiene il cosmo, che è il generatore di tutte le cose ed è superlativamente bello".
Emanuele Severino attraverso lo studio della parola Kòsmos reintroduce il significato primario della nascita della filosofia: ovvero ricerca della verità incontrovertibile in quanto: "
Quando si intende kòsmos come "ordine" e "cosmo" (cioè mondo ordinato, in contrapposizione al disordine del chàos), ci si trova già oltre quel significato originario. Anche qui è la radice indoeuropea di kòsmos a dare l'indicazione più importante. Tale radice è kens. Essa si ritrova anche nel latino censeo, che, nel suo significato pregnante, significa "annunzio con autorità": l'annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kòsmos, se si traduce questa parola con "ciò che annunziandosi si impone con autorità". Anche l'annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kòsmos quello stesso che essa indica con la parola physis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile."
Logòs:
normalmente viene tradotto con ragione.
Emanuele Severino ci spiega che: "
essa è la parola greca che, sin dall'inizio del pensiero filosofico, nomina quel lasciar parlare le cose senza imporre loro un senso estraneo, ma lasciando che esse, manifestandosi, si impongano. Eraclito dice appunto: "non dando ascolto a me, ma al lògos, è saggio (sophòn) convenire che tutte le cose sono uno". Ed è ancora Eraclito ad affermare che "la sophia è dire cose vere e farle". E ancora: "Non bisogna agire e parlare come dormienti" - e quindi innanzitutto come quei dormienti che orientano la loro esistenza conformandosi al mito. E ancora: "Bisogna seguire il comune. Pur essendo comune il lògos, i molti vivono come se avessero una loro saggezza privata". La "saggezza privata" è appunto quella del mito: il mito è una pluralità di miti (e quindi di gruppi umani) tra loro contrapposti. Invece il "comune" è il lògos, perché il lògos, lasciando parlare le cose (che, manifestandosi, s'impongono su ogni "saggezza privata"), è comune a ogni uomo e ogni uomo deve seguirlo se non vuole agire nel sogno, ma nella veglia.
Proprio perché la sophia è dire e fare cose vere, la filosofia delle origini stabilisce la forma di ciò che sarà chiamato "etica" ("morale") e "scienza". Sono infatti entrambe un agire che intende farsi guidare dalla verità. La scienza moderna, quando nasce, è ancora guidata da questa intenzione. Solo a partire dalla fine del secolo scorso la scienza moderna si rende conto che per rendere il mondo il più possibile ai nostri progetti è necessario abbandonare la pretesa di conoscere la verità del mondo - la verità - intesa nel senso forte che essa presenta nel pensiero filosofico. In questo senso, la scienza ritorna al mito e la filosofia è una parentesi nella lunga storia del mito. Una parentesi che tuttavia ha deciso le sorti della nostra civiltà; non solo, ma che rimane pur sempre la dimensione all'interno della quale la scienza continua a mantenersi
."
Il termine Logòs ha molteplici significati, esprime fondamentalmente ciò che è espressione di ragione e di razionalità, la dottrina del Logòs compare in Eraclito, per gli stoici il Logòs ha una rilevanza non ontologica ma etica, dove funge da principio normativo e in logica funge da principio di verità.
In Plotino è fondamentalmente la forza razionale che è nell'anima, dalla quale e secondo la quale sono costituite tutte le cose e l'intero cosmo fisico.
Nous:
tradotto con intelletto, mente, intelligenza, pensiero.
Per i pensatori antichi tale concetto investe problematiche vaste, dall'ontologia alla metafisica, dalla fisica alla cosmologia, dall'antropologia alla religione.
Già nei Presocratici, il Nous, oltre che la mente dell'uomo, designa la Intelligenza divina, ordinatrice del cosmo.
Con Platone la problematica del Nous si sposta sul piano metafisico: "
Nous è l'anima razionale, sovraordinata gerarchicamente a quella concupiscibile e per la prima volta concepita come immateriale, affine alle Idee."
Aristotele definisce quindi l'essenza dell'uomo non genericamente come psyché ma specificamente come Nous. A livello cosmologico è da rilevare la funzione delle cinquantacinque sostanze motrici delle sfere celesti dei pianeti, che sono, con ogni evidenza, Intelligenze…A livello metafisico-teologico, l'Intelligenza è presentata come l'essenza stessa dell'Assoluto: una Intelligenza che è intelligenza di se medesima, ma che costituisce, essa stessa il proprio intelligibile.
Peras:
limite, indica, nell’antichità, un concetto per molti aspetti in antitesi con quello che noi moderni indichiamo con questo termine.
Dal testo La metafisica di Aristotele leggiamo a proposito del limite: "
Limite è detto il termine estremo di ciascuna cosa, vale a dire quel termine primo al di là del quale non si può più trovare nulla della cosa e al di qua del quale c’è tutta la cosa. ..Limite è detta la forma, qualsiasi essa sia, di una grandezza e di ciò che ha grandezza…Limite è detto il fine di ciascuna cosa (e tale è il punto di arrivo del movimento e delle azioni e non il punto di partenza e il punto di arrivo o lo scopo)..Limite è detta anche la sostanza e l’essenza di ciascuna cosa: questa, è, infatti, limite della conoscenza; e se è limite della conoscenza, lo è anche della cosa. Risulta, quindi, evidentemente che limite si dice in tutti questi sensi in cui si dice principio e, anzi, in sensi ancor più numerosi: infatti, ogni principio è un limite, mentre non ogni limite è un principio."
"
Il concetto ha importanza fondamentale nella filosofia pitagorica dove funge da principio che, frenando, per così dire, e imbrogliando l’illimite, genera i numeri.
Dai Pitagorici Platone riprende il concetto di peras che, nel Filebo, è presente come uno dei quattro generi supremi della realtà (Limite, Illimite, Mescolanza di limite e illimite, Causa della mescolanza), inserendo nel contesto della sua metafisica e dandogli inedite valenze. Il concetto di limite nel senso sopra precisato, oltre che nell’ambito dell’ontologia e della metafisica, ha un ruolo determinante nell’etica (ispirando i concetti di autodominio, di virtù come medietà, di metriopatia), nella politica platonico-aristotelica (dove ispira il concetto di Stato a misura d’uomo) e, in genere, in quasi tutte le branche del pensiero filosofico. E’ proprio per aver inteso il peras in tutti questi sensi e con questa ampiezza, che, in genere, il pensiero greco ha fatto coincidere il perfetto con il limitato e non con l’illimitato, ossia con l’in-finito."
(Giovanni Reale "Storia della filosofia antica" ed. Vita e pensiero).
Philosophìa:
filosofia, amore per la sophia, la sapienza, la conoscenza.
La filosofia nasce in Grecia ed è l'espressione più alta della creatività umana, la filosofia è la ricerca di dare una spiegazione razionale al Tutto, alle cause ultime dei principi primi.
"
La Filosofia nasce grande. I primi passi della sua storia non sono cioè l'incerto preambolo a un più maturo sviluppo del pensiero, ma stabiliscono i tratti fondamentali del suo intero decorso storico. Per decine e decine di millenni l'esistenza dell'uomo - globalmente e in ogni suo singolo aspetto - è guidata dal mito. Il mito non intende essere una invenzione fantastica, bensì la rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo. Anche nella lingua greca il significato più antico della parola mythos è "parola", "sentenza", "annunzio"; a volte mythos significa persino "la cosa stessa", "la realtà". Solo in modo derivato e più tardo, nella lingua greca mythos indica la "leggenda", la "favola", la "fola", il "mito".
Ma il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cioè all'atto col quale l'uomo si conquista il favore degli dèi e delle forze supreme che, secondo la rivelazione del mito, regnano nell'universo. Il sacrificio può essere cruento, oppure del tutto incruento come nelle pratiche ascetiche dello Yoga; ma in ogni caso il suo intento è di identificarsi e di dominare ciò che nel mito appare come la potenza suprema.
Per la prima volta nella storia dell'uomo, i primi pensatori greci escono dall'esistenza guidata dal mito e la guardano in faccia. Nel loro sguardo c'è qualcosa di assolutamente nuovo.
Appare cioè l'idea di un sapere che sia innegabile, e sia innegabile non perché le società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario. L'idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dèi, né da mutamenti dei tempi e dei costumi. Un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile.
" (E. Severino).
Physis:
questo è un concetto cardine del pensiero antico, segna il concetto originario trovato dai primi filosofi detti i "Fisici" che indagavano il cosmo, il tutto, per conoscere i principi primi delle cause ultime.
Il termine tradotto in italiano è "Natura" anche se esso resta inadeguato: Aristotele nella "Metafisica" ce ne dà varie interpretazioni: "
Natura significa in un senso, la generazione delle cose che crescono. In un altro senso, natura significa il principio originario e immanente dal quale si svolge il processo di crescita della cosa che cresce. Inoltre, natura significa il principio del movimento primo che è in ciascuno degli esseri naturali e che esiste in ciascuno di essi, appunto in quanto è essere natuarle.. Inoltre, natura significa il principio materiale originario di cui è fatto o da cui deriva qualche oggetto naturale, e che è privo di forma ed incapace di mutare in virtù della sola potenza che gi è propria. Per esempio, si dice che la natura di una statua o di un oggetto di bronzo è il bronzo, invece di quelli di legno si dice che è il legno; e così ripetasi anche per gli altri casi. In questo senso, alcuni di questi oggetti è costituito da questi elementi, senza che si muti la materia prima di cui è costituito. In questo senso, alcuni chiamano natura gli elementi degli esseri naturali. E alcuni dicono che elemento è il fuoco, altri che è la terra, altri che è l'aria, altri che è l'acqua e altri che è qualcosa di simile; altri che gli elementi sono più di uno e altri, infine, che elementi sono tutti quanti. Inoltre, in un altro senso, natura significa la sostanza (forma) degli esseri naturali. Perciò, di tutte le cose che sono o che si generano naturalmente, anche se è già presente ciò da cui, per natura, deriva il loro essere o il loro generarsi, qualora esse ne abbiano ancora la loro forma e la loro figura, diciamo che non hanno ancora la loro natura. Dunque, oggetto naturale è ciò che è composto di materia e di forma: per esempio, gli animali e le loro parti. E natura è non solo la materia prima ma anche la forma e la sostanza: e questa è il fine della generazione."
Severino così ci spiega l'origine della parola physis:
"Quando i primi filosofi pronunciano la parola physis, essi non la sentono come indicante semplicemente quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. Anche perché è la parola stessa a mostrare un senso più originario, che sta al fondamento di quello presente ad Aristotele. Physis è costruita sulla radice indoeuropea bhu, che significa essere, e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa "luce" (e sulla quale è appunto costruita la parola saphés). Nascendo, la filosofia è insieme il comparire di un nuovo linguaggio, ma questo linguaggio nuovo parla con le parole vecchie della lingua greca e soprattutto con quelle che sembrano più disponibili ad essere dette in modo nuovo. Già da sola, la vecchia parola physis significa "essere" e "luce" e cioè l'essere, nel suo illuminarsi.
Quando i primi filosofi chiamano physis ciò che essi pensano, non si rivolgono a una parte o a un aspetto dell'essere, ma all'essere stesso, in quanto esso è il Tutto che avvolge ogni parte e ogni aspetto, e non si rivolgono all'essere, in quanto esso si nasconde e si sottrae alla conoscenza, ma all'essere che si illumina, che appare, si mostra e che in questa sua luminosità è assolutamente innegabile. In questo rivolgersi alla physis, cioè al Tutto che si mostra, la filosofia riesce a vedere il Tutto nel suo esser libero dai veli del mito, bensì è ciò che da sé è capace di mostrarsi e di imporsi, proprio perché riesce a mantenersi manifesto e presente. E il Tutto non mostra di contenere ciò che il mito racconta (le teogonie e le vicende degli dèi e del loro rapporto con gli uomini), bensì mostra il cielo stellato e il sole e la terra e l'aria, e l'acqua dei mari e dei fiumi, e le azioni e i traffici dei popoli e tante altre cose ancora, che il filosofo si trova davanti e si propone di penetrare e comprendere. La filosofia ("la "cura per il luminoso") si presenta sin dall'inizio come il lasciar apparire tutto ciò che è capace di rendersi manifesto e che pertanto si impone (e non è imposto dalla fantasia mitica), ossia è verità incontrovertibile: physis
."
Politiké
: politica. I sofisti nell'età greca "formano i politici", il loro diventa un lavoro retribuito: la retorica e l'oratoria diventano arti per far "vincere" sempre la propria opinione a discapito della verità. Platone scrive testi politici quali "La Repubblica", e "Le leggi", per dare un fondamento teoretico alla politica. Il suo tentativo è di illuminare la strada per chi insegue la verità non il potere, per chi è un filosofo non un artigiano della parola, per chi si lascia guidare e conosce l'idea del bene, non le opinioni.
La politica con Platone e Aristotele diventa una vera e propria filosofia dell'uomo e delle "cose umane" e come tale assume in sé anche l'etica.
La politica è un fondamento per questi filosofi in quanto, come ci ricorda G. Reale: "
La politica, infatti per ambedue i filosofi, determina le supreme finalità della vita associata che sono il bene, il giusto e la felicità; determina la struttura dello Stato che meglio porta alla realizzazione di quelle finalità; determina le possibili forme di governo dello Stato e le loro caratteristiche."
Per Hegel: "
la realtà dello spirito appariva nella sua verità suprema, come organizzazione d'uno Stato che di natura sua è essenzialmente etico".
Uno
: "
Il problema dell'Uno nasce col sorgere della stessa ricerca filosofica, che è, alle sue origini, tentativo di spiegare la molteplicità delle cose in funzione, appunto, di un principio. Già nell'ambito dei Presocratici si possono distinguere due differenti concezioni dell'Uno: chi introduce l'Uno senza negare i molti, e gli eleati che invece negano i molti risolvendoli senza residuo nell'Uno." (G. Reale).
Questa problematicità sta alla base della ricerca filosofica, trovare un'unione tra l'Uno - appunto - e la realtà esperienziale che si manifesta nella molteplicità, nell'"abbondanza di forme, colori, sfumature, di particolari".
Ancora,tale problematicità risuona oggi nell'oscillazione dell'atteggiamento psicologico tra "integrità" e "integralismo", ed esso si mostra sia quando privilegiamo l'Uno, che quando privilegiamo il Molteplice. Una cosa pare essere certa: non sarà una convinzione mentale, un'"opinone" a condurci fuori da tale dilemma insormontabile
.