Home Anno 19° N° 63 Pag. 7° Giugno 2009 Ada Cortese


Ada Cortese
 CONFERENZE 

DARK SIDE (*)

Il lato oscuro della mente
"Psicofestival Fidenza 2009"

Intervento di Ada Cortese

Vorrei provare a soffermarmi su tre punti:
un cenno alla definizione junghiana dell'Ombra all'interno del processo di individuazione.
Una breve partecipazione ai pensieri ultimi che il mio lavoro e ilo mio momento mi hanno portato sull'Ombra.
Venendo più specificamente al tema del nostro convegno quindi alla condizione attuale della psicoanalisi, dirò la mia esperienza e il punto di vista contraddittorio da cui osservo tale condizione.

Per Ombra Carl Gustav Jung intende quel lato della nostra personalità che ci resta prevalentemente inconscio e che corrisponde con tutto ciò che noi non amiamo di noi stessi, volgarmente si direbbero i nostri difetti, i nostri limiti, tutto ciò che andrebbe ad intaccare quella concezione di noi stessi che noi amiamo pensare, seppure ideale, reale. In genere tutto ciò che noi non amiamo di noi stessi e che pure ci appartiene viene svelato dall'intensità della nostra repulsione quando lo percepiamo negli altri. E' la classica ed universale dinamica della proiezione.
In analisi è il primo grande incontro interiore. Vi racconto un sogno :

"Un gruppo di ragazzi tipo fine anni '50 a bordo di una spider con atteggiamento da "gioventù bruciata" vanno a scorribandare alla periferia della città dove si sa abita una comunità di "orchi". Terra bruciata dal sole arida e senza un filo d'erba. I ragazzi girano a motore rombante attorno alla casa disturbando e provocando gli abitanti uno dei quali esce fuori. Incuriositi ma a debita distanza i giovani si fermano e qualcuno scende. Nel vedere però avvicinarsi l'orco i ragazzi risalgono a bordo e scappano tranne uno che inutilmente gli altri cercano di fare risalire. La spider si allontana mentre il ragazzo si muove verso l'orco. A questo punto è l'orco a stupirsi e chiede: perché tu non hai paura come gli altri? E il ragazzo: perché dovrei, voi siete proprio come tutti gli altri, come me come ognuno di noi! L'orco è sgomento e così, stranito e stupito rientra e guardandosi in uno specchio vede la sua faccia orrenda: essa prende fuoco tra urla di dolore ma quando le fiamme cessano lo specchio restituisce l'immagine del vero viso, un saggio, vecchio viso umano. Si sa che anche gli altri orchi attraverseranno lo stesso processo."

Non c'è bisogno di aggiungere molto al linguaggio fiabesco del sogno e all'importanza della riflessione a cui esso rimanda. E' importante evocare la nostra Ombra per meglio conoscerci e accoglierci.

Ci sono lati dell'Ombra che ci restano inconsci e dalla loro postazione oscura provano a stuzzicarci, a stanarci e a migliorarci rendendoci maggiormente edotti dei nostri limiti. La dinamica dell'evoluzione a partire dal limite dipende molto dagli aspetti caratteriali percepiti come "negativi" della nostra personalità: senso di inadeguatezza, timidezza, ansia, ecc., comunque riferibili ad aspetti generali della nostra psiche. E diciamo "generali" perché i singoli eventi che producono l'ansia spesso e per fortuna si diluiscono nel sentimento mentre viene rimosso il fatto originario che spesso viviamo come vergognoso (e se no non produrrebbe Ombra). Finchè pensiamo alla nostra ombra come a delle funzioni rallentate, entrarci in rapporto, conoscerle, già ne modifica l'assetto, la portata e la potenza sul nostro modo di sentire noi stessi e sul nostro modo di comportarci con noi, con gli altri e con il mondo.

Diverso è il rapporto con le situazioni negative oggettive che noi abbiamo posto in essere e che fanno parte della nostra storia quando queste riemergono in tutto il loro ricordo, nitido, e ancora più crudelmente giudicato da una coscienza che si sente più matura più capace più ricca e così accade che il malessere che sanno produrre sia identico se non maggiore a quello vissuto in origine : sono là identificabili, circoscritte, accadute, dunque eternamente presenti nella nostra storia personale, nella loro capacità di sottometterci, nella loro capacità di riprodurre il sentimento della vergogna. Sono accadimenti irremovibili, sempre presenti, pronti a indurre autodisprezzo, depressione, senso di colpa.

Proprio di questo lato consapevole della nostra ombra io vorrei qui trattare. L'ombra come attaccamento alla depressione e al senso di colpa che paralizza e che sottrae alla vita. E' un lato. L'ombra come ricordo delle vergogne che produce la giusta predisposizione verso gli umani tutti, è l'altro lato.

Il peggiore peccato credo sia questo: un senso di colpa che sottrae motivazione alla vita perché rende superflua la nostra presenza, le toglie senso e produce sentimento di vuoto di morte anticipata, non suicidio ma qualcosa che gli somiglia parecchio. Con la seduzione che comporta la fantasia di andare in pensione anzitempo...

Penso che a imprigionare alla colpa concorra molto l'influenza:

1) della radice religiosa a cui apparteniamo noi occidentali europei: le figure autorevoli parentali e divine - filtrate dall'organizzazione istituzionale - e a cui ci hanno abituato, non hanno niente di soccorrevole ma sono state solo suggeritrici di brutti pensieri e brutti sentimenti, invito al plagio negativo: tu sei negativo, tu sei colpevole, tu sei colpevole....

2) Della configurazione economica post-capitalista, nascostamente coercitiva di un atteggiamento iperattivo e saccheggiatore del nostro tempo personale per incasellarlo nei suoi bisogni ....e a noi il plagio da subire se non li facciamo nostri: sei cattivo perché non produci...figli...denaro...case....libri...business...e perché non consumi il tuo tempo come ti viene suggerito...

Insomma il quadro di riferimento è un mondo di regole e di legge, dunque senza relazione, senza reciprocità perché se prevalesse la relazione e la reciprocità prevarrebbe l'accettazione delle proprie ombre e dei propri limiti anche perché portata da entrambi i dialoganti.

Va bene essere memori dei propri momenti negativi e ricordare le cose di cui ci si vergogna. Quella che però è importante è sapere accettarle senza ripetere il viaggio agli inferi ogni volta che la vita torna a farsi dura.

Ho presente la situazione di una mia paziente che non riesce a convivere serenamente con due grandi drammi accaduti nella sua vita: ha abortito due volte. Ne ha parlato, ha elaborato, sa che, qualunque cosa significhi l'esperienza, lei non chiuderà mai completamente con queste cose, sa che le scusanti non la scusano mai. Ma sa anche che è stato dramma importante nella vergogna per farla andare verso ciò che invece conta professare e sbandierare come grande valore.

Ebbene, ogni volta che le cose vanno male, quando lei torna a sentire la sua fragilità, lei torna lì, ne ha parlato in analisi, con delle guide anche religiose seppure a lei lontane ma non così tanto da non potere condividere e cercare anche tramite loro un po' di pace. Ebbene non ci riesce, non riesce a perdonarsi. E così la vita si allontana. La depressione si avvicina.

Una possibile soluzione avanti ai momenti davvero duri della vita spesso va in questa direzione. Rivivere i momenti clou.

Ma c'è un'altra possibile direzione e, credo sia questo, l'altro lato del lavoro analitico: il superamento del sentimento nichilista che la colpa produce. Al di là del peso delle male azioni. Credo sia difficile però perché tornare alla vita e superare la colpa significa essersi liberati da una logica che è la logica del taglione, della vendetta, della punizione e così via. Manca, in questa logica, il principio della reintegrazione, manca l'esperienza possibile interiore e simbolica del figliolo prodigo, manca l'accoglienza.
Mi piace qui ricordare il pensiero di un teologo che è anche un importante psicoterapeuta, un grande filosofo: Eugene Drewerman, sospeso a divinis dalle istituzioni cattoliche romane da anni e il perché si fa evidente non appena lo si ascolta.

Per lui Dio non può essere lontano o altro dal volto degli uomini. L'immanenza assoluta che egli divulga è l'assoluto superamento della sofferenza della filosofia attuale, lacerata dall'antica abitudine di cercare l'essere, dio, l'assoluto, il vero, in noumeni inconoscibili.
"Soltanto quando cesseremo di negare a noi stessi i dolori e gli sbagli della nostra vita, soltanto allora raggiungeremo quel punto dove Dio lascia che si compia l'impossibile." Il Dio che egli salva è il Dio dell'amore assoluto, quell'amore che sa andare al di là della legge, al di là delle burocrazie, al di là dei confinamenti.
Stupendo è il suo libro sulle donne della Bibbia in cui si evidenzia la superiorità dell'istinto di vita contro la legge inerte degli scribi e dei sacerdoti. Non tace il calcolo, la furberia, il raziocinio tipico dell'eterno femminino, la libertà che esso ha rispetto al mondo degli uomini, per raggiungere con saggezza "uterina" un fine che è sempre inno alla vita.
Non nasconde le terribili ombre del re Davide, capostipite della stirpe di Cristo, che, per avere Betsabea, giunge ad ucciderle il marito, suo più fedele soldato, nè nasconde il senso di colpa di Davide avanti alla morte del figlioletto che da lei gli nasce. Ma assolutamente liberatoria è la lettura che Drewermann dà di questo re: triste e addolorato per un intero giorno, sprofondato nell'inferno della sua colpa, decide infine di reagire. Si lava e si veste, si prende nuovamente cura di sè per restituirsi alla vita con Betsabea da cui avrà altri figli.
La lezione principale è sempre la stessa più volte da Drewermann ribadita: val più per il Signore il ritorno alla vita, la gioia e il cuore che non si sottrae alle nuove palpitazioni, che non la depressiva prigione del dolore tutt'uno con una sorta di suicidio anticipato e confuso con la giusta penitenza.
Non v'è niente di peggio che insistere nel buio dolore per le colpe commesse, per quanto gravi esse siano; non v'è modo migliore che restare a percepire la propria pena e la propria conseguente impotenza per continuare ad amplificare la colpa stessa.
La vita ha bisogno di tutti i viventi e a nessuno di loro è sottratta, finchè può, la possibilità di tornare a costruire, a godere, a vivere insomma. Ed è questo il compito principale, assolutamente obbligatorio per il vivente. Sempre. Per la vita pare concepibile una sola colpa: lasciarsi essere senza esistere, sopravvivere senza vivere, questa è la colpa.
Ma la vita è dura da portare e non la si può celebrare senza condividerla con gli altri. E allora torna l'importanza dell'autoaccettazione, senza la quale non possono darsi nè il rapporto con gli altri, nè la compassione, nè il superamento della paura, nè l'esperienza del "perdono" come gesto assolutamente rivoluzionario, prima di tutto il perdono verso se stessi.

Va da sé che perdonarsi non significa rimuovere. Ma riuscire a convivere con i propri "peccati" (e quelli degli altri, della società addirittura) è una grande operazione di pulizia psicologica e chissà, forse avvicina alla saggezza: solo chi ricorda le sue vergogne (e regge quelle sociali) è credibile nei suoi pensieri ed attendibile nei suoi progetti.
Chi ha bisogno di pulirsi eccessivamente finisce col credere alla propria innocenza e così diventa pericoloso proprio perché inattendibile. Proprio come le donne che si gonfiano e si siliconano, poi cominciano a minimizzare gli interventi fino a cambiare i fatti, i ricordi, finiscono col credere che sono naturalmente così come si sono conciate e in buona fede cominciano a professare la loro totale estraneità ai chirurghi estetici.
E' la stessa cosa. La rimozione è sempre foriera di brutte cose. Ricordare le peggio cose è la buona base per un onesto pensare e per un onesto dire.

E' difficile l'equilibrio tra la memoria saggia e l'investimento nella vita. Ma questa è la grande scommessa e su questo filo si giocano tutti i nostri talenti sospesi tra la nostra parte nera e la nostra luminosa, angelica.

Infine vogliamo spendere due parole per riflettere sull'Ombra della psicoanalisi in sè.
La psicoanalisi rappresenta il percorso occidentale per un cammino di conoscenza interiore. Come tale mal le si attagliano confinamenti e protezioni entro organizzazioni istituzionali staticizzanti e gerarchiche. Esse, queste organizzazioni, intendo, rappresentano la massima contraddizione della psiconalisi che ha come suo obiettivo essenziale il raggiungimento dell'autonomia di pensiero e la libertà del soggetto in una relazione matura e rispettosa della reciproca simmetria e invece chiede sul piano reale sottomissione e aderenza a programmi, teorie e a tempi preordinati e prestabiliti entro cui questo miracoloso e imprevedibile evento - artistico e sacro ad un tempo - dovrebbe verificarsi.
Forse non è di facile soluzione ma anche questo è un falso problema visto che la psicoanalisi non è come la psicoterapia cibo per tutti i palati, non è materia di facile consumo e quindi avrebbe diritto alla totale libertà. Dovrebbe essere l'esperienza reale di ampliamento della libertà e maturità nella vita pratica e nel pensiero a qualificare la professionalità di uno psicoanalista e invece questo non è, forse perché ci sono troppi interessi di tipo economico che scaldano gli animi e così le scuole proliferano e le polemiche tra psiconalisi e psicologia istituzionalizzata pure. L'ego prevale ancora con tutta la sua arroganza e dunque anche l'ordinamento edipico.
Ma qualcosa di sotterraneo e potente continua a muoversi e ad agitarsi. La dinamica dell'evoluzione seppure attraverso momenti di opposto segno non può fermarsi. Si darà un momento di superiore spiritualità anche per questa disciplina.

(*) Psicofestival di Fidenza Maggio 2009


Ada Cortese


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