Home Anno 15 N 56 Pag. 7 Maggio 2006 Ada Cortese


Ada Cortese
 SCHEDE 

SORELLA MORTE, ANCORA....

Morire con tutte le bestie e non c'; niente dopo? (B. Brecht)

La morte è sempre più sottratta ai nostri occhi e a quella dei nostri figli. Ci sono i competenti che la gestiscono. Come fosse cosa sporca e sporca pratica. La si rimuove con il dolore che può provocare. Il tempo del lutto è ridotto al minimo come pure i suoi segni esteriori (fasce o bottoncino nero per gli uomini e vestiti tutti neri per le donne) anche nei paesi del Sud in cui ancora come in tante regioni italiane la morte in casa permane abitudine.
La rimozione della morte non è imputabile alla crisi della famiglia da estesa a nucleare e da nuclare a nulla. E' anche crisi della rete dei legami sociali, crisi degli affetti nei legami di gruppo ed interpersonali.
Al contempo anche le case dei morti, i cimiteri, vengono sempre più "vitalizzati". Accade in Spagna ciò che già in America ed Inghiterra è costume: si chiama thanatorio, è il luogo in cui si celebrano i funerali pubblici e che ospita le nuove tombe: non più fredde lapidi di marmo ma legno caldo e luci dirette. Il quartiere è dotato di tutti i conforts per i parenti: giardini, telefoni, cafeterie, hotel.
Anche in rete troviamo siti che mostrano le immagini dei cimiteri e delle tombe delle persone di modo che anche persone assai lontane possano sentirsi spiritualmente vicine. In realtà la rete sancisce il compimento totale della rimozione della morte perchè niente come la morte (e la nascita) richiede un contatto fisico, di vera vicinanza. Il culto dei morti è sempre stato culto di vicinanza fisica. Mettere sotto la propria terra gli antenati che ci proteggano e che ci sostengano è culto mesopotamico.

Il pensiero degli intellettuali Salvatore Natoli (filosofo): Nelle società arcaiche e anche in quella dei nostri genitori la morte era contemplata nella vita quotidiana e il morente era accompagnato dal contatto fisico dei suoi cari fino alla fine. Oggi, sottratta dalla tecnica, la si fa sparire in ciò consegnando il morente all'estrema solitudine, senza nemmeno più il contatto e l'affetto, in quanto alla morte pensa sempre di più il competente (leggi l'ospedale).
Pietro Barcellona (professore di diritto): sottraendo il morente alla vita e alla compagnia estrema dei suoi familiari non solo si compie un'opera di barbarie ma si indebolisce il patrimonio dell'immaginario collettivo dei bambini che pure assistevano e vedevano il nonno morire, per quanto protetti dagli adulti e da questi consolati, e così si abituavano a contemplare la morte, si preparavano a riflettervi e si portavano di essa un'immagine umana e dolce per quanto tragica e straziante. Oggi la scena si è scomposta ed è stata destrutturata. Noi non ci rappresentiamo più la morte.
M. Guzzi (poeta e conduttore di gruppi per la trasformazione antropo-spirituale della coscienza): la rimozione della morte segnala la rimozione del senso della vita. Citando Heidegger, Guzzi continua:
l'uomo continua a morire quotidianamente finchè non giunge al totale compimento del processo nel decesso.
L'uomo rimuove ogni luogo di domanda. Questo è il punto secondo Guzzi. Gli uomini sorgono come tali con le prime tombe e con il culto delle sepolture e dei morti. Proprio dalla consapevolezza della morte l'uomo comincia a chiedersi il senso della vita.
Ma non si può parlare della morte rimanendo sul puro piano razionale intellettuale. Oggi, più che mai, pare opportuno, preferibile parlare della morte in prima persona (Barcellona). Ed il suo evitamento segnala un grande impoverimento affettivo. Con la scomparsa della morte dalla quotidianità della vita noi siamo più infelici e sofferenti, più depressi.
Di nuovo la domanda di senso e la convocazione a imparare la lingua del bisogno interiore, l'urgenza di imparare a esprimere la propria povertà e il proprio deserto sociale, psicologico e spirituale si fa urgente e reclama il coraggio di non fuggire più dalla inquietudine.

Una storia commovente Spesso la morte e il rito funerario restituiscono dignità a vite che sono state "mortificate" dalle circostanze. E' ciò che è accaduto a due donne rumene per le quali la giornalista Francesca Paci (La Stampa) ha scritto un libro che ha ricevuto il premio giornalistico Marco Luchetta: "Adriana e Adina. Ultimo viaggio nella bara": arrivate in Italia a Torino all'inizio del 2005 al seguito di un amico che le fa venire con promesse di migliore vita, esse non sono rom, eppure finiscono per chiedere l'elemosina e vivono in un palazzo fatiscente il quale un giorno crolla ed esse muoiono tra le macerie. Vengono estratte e portate all'obitorio dove rimangono sole per alcuni giorni senza che nessuno sapesse chi fossero. Non avevano documenti.
Viene chiamata la giornalista che avvia delle ricerche finchè riesce a scoprire il paese di provenienza delle due, Bacau.
La città si commuove e arrivano tante telefonate di persone che vogliono fare qualcosa per queste due sfortunate morte esuli sole e anonime. Il risultato è stato l'organizzazione di un funerale e di un viaggio di ritorno in patria accompagnate dalla giornalista. Il ritorno è stato per le due, nel cuore dei vivi che le hanno celebrate, un rito di redenzione perchè là le aspettava una famiglia (compreso un altro figlio di Adriana di 5 anni a cui la madre aveva fatto in tempo a inviare i soldi per una bicicletta) che ne ha raccontato la vita e nel racconto ha loro restituito la dignità dell'appartenenza alla società degli uomini.
Raccontare la vita del morto è importante e il racconto può nascere solo nella comunità e nei legami sociali (che oggi sono assolutamente in crisi).
Esso apre l'immaginazione.

Religiosa caducità Altro elemento importante nella tragedia della morte è il funerale con la sua sacralità. Esso segna l'indicibilità della morte. L'impossibilità di ridurla a puro discorso razionale e la verità estrema della nostra condizione che con Pasolini consiste nella religiosa caducità. Noi produciamo i nostri discorsi in tutto quanto intercorre tra due esperienze assolutamente indicibili, assolutamente al di là di ogni linguaggio perchè estreme:
la nostra nascita e la nostra morte. Con i suoi elementi tragici di solitudine e di indicibilità l'estremo può essere solo "raccontato" .
E così è per la morte.
Eppure la morte è per noi umani una dinamo, ci dinamicizza. In quanto mortali noi umani siamo esseri di trasformazione (Guzzi). Potremmo tornare a chiederci con occhi nuovi sul senso della morte.
Perchè quelli che più si interrogano sulla morte spesso sono le persone più creative (santi, artisti, ecc.)?
Alla fine che cosa è questa finitezza, che senso ha la nostra vita?
Se la contemplazione della morte genera tanta vita in pensiero, arte e spirito, cosa è poi la morte?
Ma davvero dobbiamo temerla tanto?
Non è la paura della morte che fa creare?
Anche la politica, in ultima analisi nasce dall'angoscia di morte anche se ciò non implica che l'angoscia della morte sia un beneficio. (Barcellona)
Beneficio è la verifica dei suoi frutti che, paradossalmente, sembrano indebolirla.
Morte allora non è fine, è apertura.
Ma verso cosa?
Viviamo (Guzzi) tempi estremi di passaggio antropologico in cui sono possibili due estreme esperienze: la perdita di senso nell'assurda ed inutile lotta per respingere la morte sicchè resta come unico destino ciò che disse B. Brecht:
Morire con tutte le bestie e non c'è niente dopo. Oppure, a partire da questa assurdità aprirsi a nuovo orizzonte per la coscienza umana, ad una sua dilatazione.
Ma questa apertura non si dispiega se non nella cura della relazione concreta.
Ed è questa che è in crisi! Occorre davvero passare, intellettualmente e concreta-mente, dal monologo al dialogo.
La dilatazione della coscienza antropologica non porta all'isolamento nè al deficit affettivo. Anzi è proprio l'affetto per le persone concrete che ci spinge ad immaginare qualcosa che non vediamo.
La scienza del `900 e la psicoanalisi ci hanno insegnato a relativizzare il visibile sicchè dobbiamo dilatare la percezione all'invisibile e alla sua continuità che la morte non interrompe.


Ada Cortese


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