Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2003 Pag. 5 Tullio Tommasi


Tullio Tommasi

 RECENSIONI 

"IL VIAGGIO DELL'UOMO IMMOBILE"

Mostra multimediale a Villa Croce

Nell' esposizione sull'arte multimediale che si svolge in questo periodo a Villa Croce, un'opera, tra le molte interessanti, mi ha colpito in modo particolare. Si tratta di un'installazione di Laurie Anderson, artista poliedrica che passa dalla musica alle arti figurative con grande grazia e capacità. In breve, si tratta di questo:
su una statuina di gesso che rappresenta una persona seduta è proiettato il video dell'artista che sta facendo una seduta analitica. L'effetto è sorprendente: una specie di cartone animato in tre dimensioni in miniatura. Ti senti Gulliver nel paese di Lilliput a osservare questo piccolo essere che parla, parla, parla. La didascalia vicino aiuta a dare un ulteriore sguardo all'opera. La storia è questa: Laurie, dalla sua posizione vedeva sulla finestra dello studio delle impronte di labbra sul vetro della finestra. Ogni giorno successivo le impronte aumentavano, fino al lunedì, quando tutto scompariva per poi riprendere. Strano, molto strano.
Quale incredibile paziente poteva compiere un simile rito? Cosa poteva accadere in quella stanza, quando altre persone si sedevano al suo posto?
E l'analista? Sempre seduto lì di fronte, cosa ne sapeva lui di tutto questo?
Un giorno Laurie non potè più resistere e domandò. L'analista rimase sorpreso, non ne sapeva niente; guardò la finestra ma, dalla sua posizione, non vide niente; allora Laurie lo invitò a sedersi al suo posto; lui si alzò - non lo aveva mai visto in piedi - guardò e spiegò: era sua figlia piccola che, evidentemente, andava lì quando non c'era nessuno e si appoggiava al vetro. Il fine settimana la donna delle pulizie lavava i vetri e così i segni sparivano.
Tutto chiaro.
Laurie sentì che le percezioni della vita tra lei e l'analista erano troppo diverse: quella fu l'ultima seduta.
Immagino che quell'episodio fosse l'ennesimo di molti altri precedenti, di una incomprensione che stava aumentando e che aspettava un pretesto per emergere.
L'incomprensione reciproca è una brutta bestia, che spesso modula i nostri rapporti: i diversi punti di vista si scontrano e un rito magico di labbra è visto come il semplice gesto di un bambino che guarda fuori dalla finestra. La magia di un bambino che guarda fuori e una spiegazione razionale hanno entrambe valore. Eppure restiamo legati alla nostra visione personale come se fosse l'unica vera.
Possiamo anche ammettere che l'altro ha pensieri diversi, ma il vissuto personale vince sempre. La cosa si fa difficile, perché il vissuto è vero, noi siamo il nostro vissuto; qualcuno esterno può anche renderci consapevoli che esistono molte altre visioni, ma il nostro piccolo particolare essere alla fine trasforma tutto quello che i nostri sensi percepiscono in un suo modo unico. Che fare? Esercizi di democrazia, sembra la risposta, ma qualcuno può contestare dicendo che spesso l'altro di fronte non fa altrettanto, che rimane rigido nel suo mondo e allora tanto vale rimanere nel proprio.
Spostando il problema dall'individuale al sociale, quando due culture si confrontano (si scontrano), il discorso non cambia. I fautori del dialogo interculturale mettono l'accento sulla ricchezza della diversità. Gli scettici rilevano che certi principi universali vanno salvaguardati, al di là delle singole culture e del relativismo attuale. Per esempio, basti pensare alla condizione delle donne in certe situazioni, del tutto comprensibile dal punto di vista della cultura del luogo, ma inaccettabile per i nostri valori occidentali.
Tra sociale e individuale il discorso, forse semplificato, è sempre quello dell'alterità che limita il proprio mondo.
Che si tratti di relazione tra due, o di un gruppo di lavoro, o di tradizioni culturali differenti, esiste un campo comune di convivenza dove occorre arrivare allo scontro o a compromessi. Ma la parola compromesso non piace, ha qualcosa di negativo. Perché? Cos'è che viene compromesso? I nostri valori individuali e sociali, le nostre sicurezze.
Dopo un compromesso non siamo più gli stessi di prima, l'altro ha modificato qualcosa di noi, è entrato nel nostro dominio privato, c'è stato cambiamento, e questo comporta un certo fastidio.
Tornando a Laurie Anderson, il suo andarsene è allora una fuga o c'è qualcosa di positivo? Dalle visioni diverse non poteva esserci una trasformazione, un arricchimento, una curiosità?
Evidentemente lei decise di no: le visioni erano troppo diverse. Credo sia questo "troppo" la possibile chiave di lettura. Per essere influenzati in modo positivo e trasformativi occorre che il diverso sia tale fino a un certo punto, altrimenti scatta un principio di sopravvivenza che porta allo scontro o alla fuga, a seconda delle situazioni e delle indoli.
Anche nelle situazioni educative accade qualcosa di analogo. Vigotsky, grande psicologo russo della prima metà del novecento, parla di zona di attivazione prossimale. In poche parole: lo studente si trova a un certo livello; esiste un livello potenziale a cui egli può arrivare con opportune indicazioni; ogni studente ha questa zona tra i due livelli, quella effettiva di crescita: un buon insegnante deve rilevarla e utilizzarla.
Se il livello potenziale è troppo vicino al livello già esistente, lo studente si annoia; se il livello è troppo lontano, lo studente non capisce e rinuncia. Detto alla Piaget: se il diverso è molto simile, noi assimiliamo, se è davvero diverso, noi accomodiamo, ovvero dobbiamo cambiare le nostre strutture abituali. Se però è troppo diverso, allora scatta la fuga, lo scontro, la chiusura.
Questo discorso - forse banale nella sua semplicità - permette di trovare una griglia di riferimento per dare un senso alle fughe o alle chiusure a oltranza.
Anche nella situazione analitica: se l'analista spinge troppo sull'acceleratore e va più per la sua strada di interpretazioni piuttosto che entrare in empatia col paziente, ecco che allora la distanza diventa troppo grande e pericolosa: il paziente sente che è messa in discussione tutta la sua struttura che comunque gli ha permesso di procedere finora, senza che ne possa scorgere un'altra sostitutiva.
E' molto probabile che l'unica soluzione sia così la fuga.
Tornando alla mostra, c'è una grande scultura in legno che rappresenta un volto molto allungato. L'opera si specchia su una superficie metallica bombata e la proiezione riacquista le dimensioni di un volto usuale, sfruttando una tecnica di anamorfosi piuttosto nota. Quell'opera che rassomigliava a una scultura africana riacquista i canoni occidentali attraverso una distorsione proiettiva.
La scommessa riguarda la ricerca di superfici riflettenti che permettono di trasformare un mondo in un altro, in modo che non appaia totalmente estraneo, quindi incomprensibile, l'inusuale.
Siamo continuamente alla ricerca di ponti di comunicazione; talvolta, quando non esiste più speranza, accade di trovare qualche superficie strana che fa vedere qualcosa sotto una luce più vicina a noi, e la riconosciamo.
Infine un'opera che segue questo mio filo immaginario: è quella di Bill Viola, grande video artista che va per la maggiore. In una stanza nera viene proiettata su un telo l'immagine digitale di un volto di uomo che compare e scompare in dissolvenza, emergendo da un rumore di fondo per poi confondersi ancora: una sacra sindone tecnologica in cui volti antichi si trasformano in segni privi di significato, per poi trovare nuovamente un senso, una fisionomia nota che ci permette di osservare un volto, noi stessi, un'immagine nota in mezzo al caos.

T.T.


Tullio Tommasi


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