Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Dicembre 2003 Pag. 3 Ada Cortese


Ada Cortese

 METODO 

LA FERITA, IL SENSO, L'INDIVIDUAZIONE

Solo nello spazio della consapevolezza possono abitare un sintomo, una ferita che non sopportano rattrappimenti di significato.

Ci capita, a volte, nel corso degli incontri psicoanalitici di restare colpiti e spiazzati, ripetutamente allo stesso modo, avanti alla capacità che ha la vita di oscurare i suoi significati più potenti dietro a manifestazioni di presunte o reali, non fa differenza, patologie.
Tentiamo di spiegarci meglio: l'hybris dell'analista e la sua legittima esigenza di aiutare l'analizzando spesso diventano un'accoppiata micidiale e invincibile al servizio del pregiudizio più terribile, quello che vorrebbe sradicare il Male partendo dalla visione manichea che, pur non affiorando, può essere la vera visione filosofica a cui l'io dell'analista si attiene sostanzialmente nella sua prassi professionale.
Quale il pregiudizio?
Quale il Male da sradicare?
Quale la visione filosofica di fondo dell'analista che determina la sua prassi?
Il pregiudizio si sostanzierebbe della certezza indiscutibile di sapere in che direzione andrà a dispiegarsi il destino dell'Altro e dell'intenzione di aiutarlo a realizzarsi in esso.
Avanti ad un grande blocco rispetto a territori che per tutti gli altri sono di facile e/o obbligata percorribilità, l'analista decide di chiamare in causa la "patologia" e decide anche di forzare il soggetto verso quei territori...
Ma il blocco potrebbe alludere ad una necessità per il soggetto di dover conoscere le terre opposte verso cui pochi amano inoltrarsi!
Se all'analista manca lo spazio mentale interiore per rovesciare la prospettiva, per elevarla, per tentare altre configurazioni saltando proprio sopra alla logica di fondo che lo guida, allora per il povero analizzando non resta che lo spazio esistenziale messo a disposizione dall'analista stesso e se è poco più di uno "stretto corridoio" allora si apriranno per l'analizzando le porte della dimensione "clinica", sempre più espansa quanto meno creatività ed elasticità mentale saranno presenti nell'analista.
Lo psicoanalista non ha deontologicamente e metodologicamente il dovere primario di rimarginare e cicatrizzare ferite, essendo il suo primo ineludibile dovere, necessitante alla sua intima natura, quello di aiutare il soggetto a trovare il senso della sua ferita, forse inguaribile e in essa scoprire la forza vitale, il carburante dell'individuazione.
Non stiamo in alcun modo strisciando l'irresponsabile invito ad aggirare, con letture astratte e astruse, il dolore e la sofferenza del nostro analizzando.
Confessiamo, caso mai, il costante rischio di farsi riassorbire quasi completamente dalla cornice della psicoterapia che, presa com'è a garantire il"benessere" della persona, non ha alcun pensiero per salvare il destino del soggetto che proprio la persona tende a schiacciare.
Quante volte l'analista accetta di accogliere i messaggi inscritti nel corpo e nel carattere del suo analizzando come espressioni di un destino a cui il Sé vorrebbe, col suo aiuto, risvegliarlo?
Spesso le persone più belle, quelle di cui ci si "innamora" simbolicamente - come il trattamento analitico può permettere - e che ci producono commozione universale, si accompagnano, non ad Ombre, no: a tratti caratteriali, a limiti fisici oppure a interdizione di alcune tra le esperienze che danno agli altri il senso dell'appartenenza al gruppo umano, interdizione ad esperienze "normali per tutti gli altri".
Il sogno di una giovane sa essere molto più chiaro e sintetico dei nostri ragionamenti :
si ritrova in una struttura simile a una navicella spaziale che in realtà è un manicomio. Lo riconosce perché c'è già stata e ricorda che, per andare da qualsiasi parte, bisogna attraversare tutti i reparti _ compartimenti.
Lo spazio è organizzato nel senso della lunghezza, proprio come un corridoio e dunque ogni reparto porta a quello successivo, il più delle volte attraverso una sola porta; solo ogni tanto, nel lungo "tunnel", si presenta un bivio: due porticine anziché una sola. Il posto richiede attenzione ma la sognatrice non è spaventata.
Attraversa più di una sezione; a volte torna indietro e cambia scelta. Ricorda il "Reparto Igiene": il pavimento è scivoloso, molto imbrattato; l'ambiente è pieno di sporcizia e in fondo alla stanza due pazienti obesi e bestiali seduti su due sanitari (l'associazione è all'immagine di "Cinico TV").
La sognatrice non ha paura, e nemmeno grande repulsione. Vuole solo uscire di lì ed evitare, soprattutto di scivolare. Ma il reparto che segue sì che la spaventa: è il reparto del Nord Occidente.
Osserva bene - prima di attraversarlo - da dietro la porta a vetri.
Vede le persone tutte sedute solitarie, ben composte, ben vestite, guardare ciascuna il proprio doppio schermo. Questa visione la terrorizza perchè queste persone sì che sono pericolose, deve stare molto attenta e guardare "con più occhi". Non sa se infine entra.
Non è l'evidenza del limite della condizione umana - che proprio mentre vorrebbe essere in ordine e pulita, si scopre in disordine ed imbrattata da mille ombre - la cosa che terrorizza e che fa paura.
Quello che spaventa ed è pericoloso è il Nord Occidente, nella sua omologazione, nella sua capacità di alienare le persone e costringerle alla dualità irrisolta nascosta dietro l'apparente eleganza e compostezza dei suoi copioni.
La follia è aderire alla norma del "dispensiero", del pensiero schizofrenico che si ferma a vedere due schermi senza avvertire nemmeno l'esigenza della sintesi.
E l'apparente triade, segnalata dai due schermi e dalla persona che li osserva, non può alludere in nessun modo alla sintesi vivente perché la relazione non è tra due soggetti stante che in questo reparto ogni soggetto è solo, senza umana relazione, seduto (statico), avanti ad un oggetto che riproduce la "rappresentazione" schermando il soggetto.
Ciò che il soggetto vede resta nella "proiezione", mentre il soggetto vedente non riporta in sé il contenuto di quella:
la dualità.
Ebbene, se questa è la realtà nascosta, inconscia, che sostiene la personalità standard del "Nord Occidente", ben venga tutto quanto possa svegliare da questo torpore. Il sogno suggerisce un modo per evitare la catastrofe: guardare con più occhi. Guardare da più punti di vista.
E proprio tale insegnamento rassicura e conferma le riflessioni che precedono e da cui siamo partiti: va bene "curare" nel senso di aver cura di svolgere il proprio copione di analista nel modo più rigoroso possibile.
E va bene, è necessario, anzi, a tale rigore, la capacità di restare aperti alle altre letture che altri punti di vista possono garantire per lasciare che l'essere si raccolga di volta in volta in una sintesi simbolica che si fa "sopra e oltre le personali volontà dei coinvolti".
Ogni volta che ciò accade qualcosa di profondamente "terapeutico" ricade nella psiche collettiva e universale.
Solo nello spazio della consapevolezza del pensiero, diversificato e confluente ad un tempo, possono abitare serenamente riconosciuti e amati un sintomo, una ferita che non sopportano rattrappimenti di significato.


Ada Cortese


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