Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2002 Pag. 13 Tullio Tommasi


Tullio Tommasi

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

MULHOLLAND DRIVE

Le nostre vite con la loro storia sono così legate a eventi, misteri, giochi beffardi
che l'unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.

Queste righe vogliono essere un resoconto delle varie impressioni dovute alla visione del film Mulholland Drive di David Lynch, recentemente uscito in Italia.
In genere Lynch o è amato o è odiato, e anche questo suo ultimo film non sfugge alla regola. Se lo si ama, e questo è il caso mio, le emozioni che ne derivano sono assai forti, tanto che ti viene poi voglia di comunicarle: quindi scrivo qualche frase, un po' arruffata, nel tentativo di dire qualcosa.
La storia non è importante o meglio, non si capisce molto: fino a un certo punto lo spettatore è accompagnato in un sistema razionale di avvenimenti dove c'è la netta sensazione che il mistero che avvolge il tutto, una vicenda un po' malavitosa accompagnata da amnesia, venga a poco a poco svelata.
Poi, quando la nebbia dell'amnesia evapora e, per un attimo, tutto sembra ritornare nella rassicurazione della causa-effetto, subentra un'impennata di avvenimenti, immagini e quant'altro che complica tutto: non ci si capisce più niente.
Tre donne, i nomi di donne, Rita, Diana, Betty, Camilla, si alternano, si scambiano, si confondono, si amano, in flash back che poi non tornano più avanti, in intrighi a scatole cinesi che non si chiuderanno mai.
Lo spettatore ha due possibilità: o cerca di capire, e allora si irriterà e ridacchierà sconsolato, o si lascia trasportare nel delirio e lui stesso si confonderà con quei nomi e farà l'amore con gli sguardi, la pelle e le lacrime di quelle donne.
Il regista è geniale nel prenderti per mano e immergerti fino in fondo in atmosfere di paura, straniamento, commozione, in piccoli quadri che diventano grandi scene di un film che non c'entra col film che stai vedendo, improvvise aperture di vita in mondi paralleli che stanno: sospesi e lontani dalla realtà che circola nei fotogrammi; stanno e aprono i cuori di uno spettatore che ha abbandonato le sequenze temporali e si è dimenticato di essere al cinema.
Mondo di piccole dive di Holliwood , piene di speranze, invidiose, belle, brave, ma non è Eva contro Eva, o forse sì: Eva contro Eva con una pasticca di LSD in corpo.
Un film sul cinema, alla Fellini o alla Truffaut, o alla troppo lunga serie di registi che si compiacciono del gioco ormai vecchio e banale del cinema nel cinema. Qui c'è qualcosa di molto più profondo: tutto è mistero che ti accarezza e ti trascina lontano da te stesso: forse ricordare a più riprese che quello che stai vedendo è un film, è quasi rassicurante: è tutto registrato, si dice nel film, come per dire: è tutto finzione; forse perché il tutto entra così nel profondo che è meglio dirsi che poi finisce e si torna tranquilli alle proprie contingenze quotidiane.
Le interpretazioni fuori dal cinema si sprecano e ciascuno cerca di capire, non rispettando l'ultima parola che conclude il film: silenzio.
Solo senza esternazioni di entusiasmo o di irritazione puoi camminare in una Genova notturna dove ogni immagine è la continuazione di una scena girata a Los Angeles, e i visi delle persone assumono quell'intensità sempre presente ma poco osservata che solo uno zoom estremo ti permette di cogliere: gli sguardi di Betty o di Diana sono gli stessi delle persone che vedi oggi e domani, ma vederli riempire lo schermo ti ricorda molte cose impolverate dall'abitudine.
In una scena una cantante truccata pesantemente e con una lacrima finta interpreta una canzone d'amore mentre le due innamorate, dimentiche di tutto, piangono lacrime vere, o forse finte anch'esse, comunque registrate, e tu, spettatore che hai dimenticato che stai vedendo un film dove c'è un enigma da svelare, piangi lacrime vere. Detto così forse risulta banale: qualche lacrimuccia da spettatore piagnucolante per una vicenda un po' commovente.
In realtà, l'emozione è rara.
In un'altra scena Camilla esce da un bosco come una sacerdotessa che ha appena compiuto un rito sacro sulle alture di Atene, e prende per mano la sua amata Diana (o Betty?), accompagnandola su, per un sentiero fino ad arrivare a vedere Los Angeles immensa e illuminata, nuova Atene dei miti del cinema.
Quella camminata d'amore accompagnata da una musica straniante che portava al sogno di una città che solo le città di notte possono dire, quella camminata d'amore che d'amore non sarà da lì a poco, ripercorreva tutti i passi degli amanti silenziosi che si sono tenuti per mano un attimo in un bosco notturno: già questa scena merita il film.
Spesso gli oggetti sono ripresi in modo ravvicinato, dettagliato: anche qui lo sguardo pigro ha un sussulto perché vede le stesse cose da un'angolazione nuova:
rimane l'essenza e tutto il già noto viene messo tra parentesi: è l'epochè di Husserl applicata alle immagini.
Lo sguardo torna a essere "senza memoria o desiderio" come direbbe Bion per una seduta analitica, ovvero senza orpelli già predefiniti che fissano l'altro in un ruolo. Lo sguardo di un bimbo che scopre il mondo torna a invaderci e a commuoverci e ancora una volta riscopri l'incanto del vivere. Tutto questo e molto di più, vedendo il film; o almeno: quel film con i miei occhi e in quel momento.
Al di là dell'atto poetico, che può affascinare o no a seconda della lunghezza d'onda di ciascuna persona, ciò che può irritare o lasciare perplessi riguarda la trama. In un qualsiasi film che si rispetti, alla fine tutto si spiega con una ragione, una causa, un motivo.
Anche in film a effetti paranormali, se la sceneggiatura è ben scritta, le situazioni più inverosimili hanno anch'esse una spiegazione che riguarda un ente supremo, alieno, altrimenti si tratta di un'accozzaglia di scene senza nesso logico, magari ad effetto, ma che lascia perplessi.
In questo caso la situazione è diversa: più si va avanti, più gli eventi si ingarbugliano e la girandola delle protagoniste diventa così vorticosa che la mente non riesce più a ordinare le cose e alla fine si getta la spugna.
Anche le fisionomie delle attrici tendono a rassomigliarsi, tanto che si possono avere dei dubbi tra le varie bionde che si alternano.
Semplici effetti a sorpresa per stupire, o qualcosa d'altro? Non so quale fosse l'intento del regista, quello che poi importa è quello che rimane nello spettatore.
Il mio possibile significato allora è il seguente: una vicenda di attrici che arrivano a Hollywood per fare fortuna; c'è chi ci riesce mentre altre rimangono comparse frustrate. Fin qui nulla di nuovo.
Quello che però viene sottolineato è che il risultato di ciascuna vita dipende dal caso, da circostanze così complesse e aggrovigliate che poi la diva e la comparsa potrebbero scambiarsi i ruoli per un puro gioco del destino.
Le nostre vite con la loro storia sono quindi così legate a eventi, misteri, giochi beffardi che l'unica soluzione sembra quella di meravigliarsi e basta.
Tentare di strutturare diventa inutile, una teoria non potrà mai rendere conto di tutte le sequenze di una vita o di un film. Truffaut disse in un film che i film sono migliori della vita, perché sono più lineari, non ci sono tempi morti, le sequenze si susseguono ordinatamente.
Affermazione facilmente contestabile (non a caso i cinefili spesso hanno paura della vita), ma con Lynch forse la confusione, il mistero e la bellezza della vita entrano davvero in un film. Forse per questo lo si ama o lo si odia.


Tullio Tommasi


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