questo il mondo della follia e del non senso "> IL SACRO

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Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2001 Pag. 5 Alberto Toniutti


Alberto Toniutti

 SCHEDE 

IL SACRO

Se da un lato il grande mare ed il serbatoio energetico della coscienza, dall'altro rappresenta il pericolo per la stessa coscienza di venire sommersa dalle "acque primordiali" da cui ha avuto origine:
questo il mondo della follia e del non senso

Immerso nel mondo della tecnica, a volte mi sento come appena nato, quasi come un fantasma che gira ramingo in quest'angolo di universo in cerca di un senso spesso smarrito. Sempre più spesso ci viene offerta un'immediata soluzione per ogni problema: bisogni indotti e tecniche che, giustapposte l'una all'altra, fanno a gara per rivelarsi le più efficaci e di ultimo grido. Ed ecco che, perso nei filamenti di questo grandissimo groviglio, cammino in cerca di un senso che nessuna tecnica mi può fornire e che solo il dialogo con quel vissuto di smarrimento può restituirmi.
Dialogo e Presenza, ecco due termini che paiono illuminare il cammino.
"Questa presenza, questo originario apparire è ciò che bisogna descrivere e interrogare, perché la realtà umana, a differenza di ogni altra, realizza quell'assoluta coincidenza tra chi indaga e chi è indagato che non consente di distanziare l'oggetto, di porselo di fronte come un fatto, per la semplice ragione che noi stessi, e non altro, siamo la realtà umana, e comprendere questa realtà non è altro che il nostro modo di esistere".
U. Galimberti ci ricorda il significato della Presenza quale svelarsi di quel corpo che non è al mondo opacamente, oggetto tra oggetti, cosa tra cose e mero strumento suscettibile di correzioni, bensì apertura originaria a quel senso che l'uomo da sempre va cercando e che mai si svela nella sua interezza perché costantemente allude alla sacralità della vita.
E' quindi il mondo del sacro l'originaria culla della presenza a se stessi e del dialogo interiore?
Possiamo dire che l'atteggiamento sacro costituisce quel modo squisitamente umano di volgere lo sguardo verso l'ignoto, verso la differenza e il diverso che costantemente minacciano l'unità della coscienza stabilita dalle categorie della logica razionale.
E questo perché il termine sacro (dal latino sacer) allude a ciò che è connesso più o meno intimamente alla divinità, alla religione e al mistero, ed è pertanto degno di rispetto, considerazione e venerazione.
Il sacro è sempre ambivalente perché porta in sé una sorta di tabù: non si può infrangere ciò che è stato designato come sacro, profanandolo, altrimenti ne deriva una punizione.
Ecco il senso del termine "sacer" come sacro e maledetto al tempo stesso, venerato e temuto, benefico e pericoloso:
è questa doppia natura del mondo del sacro che lo rende affine al mondo dell'inconscio e alla numinosità degli archetipi.
Nell'atteggiamento sacro è evidente il richiamo a una forza primigenia e mistica (non nel senso di magica, bensì come ricerca e gusto della segreta intimità), potente e al tempo stesso pericolosa se non governata.
E' il richiamo a quella forza sovrannaturale e impersonale che il termine "Mana", secondo l'accezione di C. Levi Strauss, bene indica lì dove allude a una rappresentazione indigena, di significato fluttuante, che indica la quantità di senso eccedente che l'uomo non riesce ad attribuire ad oggetti specifici.
Se il sacro porta in sé un'ambivalenza e allude a una frattura, a una separazione, essa è da intendersi tra il mondo umano e quello divino, tra la luce e l'ombra, tra il conosciuto e il solo presentito ma mai definitivamente chiarito.
E' proprio sul terreno dischiuso dall'ambivalenza che vediamo all'opera da un lato il desiderio umano che si volge verso qualcosa di presentito, e dall'altro la distanza ed il timore rispetto a tale presentimento, umanamente avvertito e mai reso totalmente accessibile. Se così non fosse verrebbe meno la dinamica della continua tensione conoscitiva che ci attraversa e che spinge la vita umana verso la ricerca di nuovo senso.
Già per Freud il desiderio umano rappresentava il centro o, come lui diceva, il motore dell'apparato psichico. Noi oggi, andando oltre l'ottica prettamente economica dell'indagine freudiana, possiamo ravvisare la necessità dialettica, indispensabile al progredire della vita umana, di sostenere quella tensione che scaturisce dal mutuo gioco tra il desiderio e quel vuoto che in noi si viene a creare perché mai colmato dall'esaudirsi di quel desiderio.
In questo senso la natura del sacro e quella del simbolo coincidono:
necessità di narrare e alludere a un nuovo senso, mai del tutto spiegabile o afferrabile, fuori quindi dalla portata della coscienza ma non così distante da non destare alcun interesse e neanche così vicino da essere totalmente svelato.
L'origine del sacro è dunque da ricercarsi in quella primordiale sfera inconscia da cui la coscienza umana, estrinsecandosi nelle culture più disparate, si è andata via via emancipando attraverso il lungo processo filogenetico, di cui l'ontogenesi umana ne è una sorta di riepilogo (basti pensare allo sviluppo della coscienza nelle prime fasi di crescita del bambino).
La coscienza umana, o per meglio dire la coscienza universale dell'essere tutto, pone pertanto le sue radici in quest'area: l'inconscio, il mondo del sacro da cui fiorisce la creatività umana e tutto ciò che dona nuovo senso, ridefinendo continuamente ed arricchendo affettivamente l'esistenza umana.
Se da un lato il sacro è il grande mare ed il serbatoio energetico della coscienza, dall'altro rappresenta il pericolo per la stessa coscienza di venire annientata e sommersa dalle "acque primordiali" da cui, un tempo, ha avuto origine: è questo il mondo della follia e del non senso.
Pare quindi che la necessità umana sia quella della "traduzione", della "gestione", della "governanza" o del "dialogo" tra la coscienza e il mondo del sacro che è anche "follia inconscia" e "caos archetipico" che chiede all'uomo di essere continuamente cosmizzato e quindi abitato.
Questo perché il mondo del sacro, dominio dell'inconscio, rappresenta il ricettacolo di tutto ciò che non è ancora conosciuto, di ciò che lo era e non lo è più, dell'anelito a quel mistero che la vita per noi tutti è e degli istinti e passioni più "terribili" e incontrollabili.
Tanto la divinità quanto il demone non possono essere rimossi o allontanati dall'uomo, pena il loro ritorno violento e devastante allorchè il dialogo tra la coscienza umana e ciò che rappresenta l'altro suo lato si perde nella dimenticanza.
La parola e il gesto rituali rappresentano allora il tentativo di tale memoria e dialogo.
E' proprio il rito che, ripercorrendo la via del Caos e dell'uscita dall'indifferenziato, permette quel mutamento di piano, scalzando per un attimo l'ordine cosciente tracciato sul solo terreno della logica razionale e aprendo le porte al Caos indifferenziato di cui il sacro si fa portatore e che alimenta la coscienza umana: è questo il momento di contatto con la divinità e con il demone o, in termini psicoanalitici, con il mondo dell'inconscio.


Alberto Toniutti


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