Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2001 Pag. 1 Ada Cortese


Ada Cortese

 FONDO 

VIAGGIO A KANDAHAR

Guerra, donne e burka

Ho visto il film: magnifico documentario realizzato tecnicamente in modo perfetto.
Bellissima fotografia, bellissime riprese. Mancanza di trama.
Veri i mutilati, vere (recitavano se stesse) le dottoresse degli accampamenti della Croce Rossa. Veri gli afgani che commerciavano le loro gambe. Scene tristissime e colori inquietantemente sgargianti. I burka erano perfino stupendi.
Perché il film non produce emozione? Perché non si piange come avanti ad altri film del genere?
Bambini depredati alla scuola coranica, donne mute e nascoste agli occhi del medico curante.
E quando il film pare dover iniziare, brutalmente finisce.
Forse è questa l' unica casuale trovata geniale (il film è stato amputato - anch'esso! - degli ultimi 10 minuti).
In tanta freddezza, l'assenza della coscienza della vita.
La storia finisce con la fine del viaggio, quando, sotto un sole ormai rosso e morente, pronto al tramonto, Kandahar si mostra ormai prossima.
Dalla naturalezza e dall'attenzione della regìa (indigena) all'aspetto estetico del film, sembra emergere un'antica abitudine alla guerra intestina, alle faide tra clan. Forse per questo non viene curato l'aspetto emotivo. Sembra un film fatto per mostrarne la validità tecnica avanti ad osservatori occidentali. Ciò che il tutto suscita è la stessa cosa che suscita l'immagine feudale dell'afgano vestito poveramente, con il turbante in testa ma con il kalasnikov tra le mani!
Cosa c'entrano l'uno con l'altro?
Noi siamo bombardati quotidianamente da parole terribili, noi che la pace l'abbiamo da tanti anni. C'è al mondo chi è abituato a considerarla come quel breve momento di tregua tra un attacco ed un altro. Là la pace non è un obiettivo ma il riposo necessario dopo la battaglia e prima della prossima.
Qui, è per noi, troppe volte, nausea esistenziale e disamore.


Ada Cortese


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