Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Giugno 2001 Pag. 8 Ada Cortese


Ada Cortese

 TEORIA 

ELEMENTI DI SCHIZOFRENIA ISTITUZIONALIZZATA

l'incongruenza come normale pragmatica della comunicazione umana


Vorremmo porre l'attenzione su di un tema che ripropone la questione degli automatismi: il tema delle personalità multiple che compongono e caratterizzano il mondo interiore del soggetto, come un arcipelago e concorrono a determinare nel loro insieme la singolarità della "personalità dominante" (l'ego).
Spesso soffochiamo questa pluralità di voci con la conseguente "tirannia" dell'ego.
La sua unilateralità, dunque la sua inevitabile arroganza, pare venire compensata da una sorta di personalità n.2 che, a nome ed in rappresentanza della molteplicità interiore negata e ammutolita, si assume il compito di ridimensionare la personalità n.1 o Ego.
Quello che emerge sul piano comportamentale è una continua incongruenza tra pensiero (razionale) ed azione (coatta, automatica): sappiamo tutti che il fumo fa male ma continuiamo a fumare.
Assumiamo come valore la pace e facciamo la guerra.
Siamo pronti a sostenere il "W.W.F" contro la deforestazione ma non rinunciamo ai mobili in legno, ai pannolini usa e getta dei neonati o al "posto soffice dove mettere il naso"!
Dedichiamo un giorno all'anno, ad ogni aspetto della vita umana ed ambientale e con quel "fioretto" pensiamo di sedare una intuita e temuta ira sovrumana.
Parallelamente alle incongruenze degli adulti si mostrano, ed in modo più radicale, le incongruenze dei giovani. Bravi ragazzi dei quartieri "alti" che, presi singolarmente, hanno comportamento ineccepibile e buona educazione, in gruppo si fanno stupratori, seviziatori e assassini, lanciatori anonimi di sassi dai cavalcavia delle autostrade, ultras violenti allo stadio.

Dispensiero.
Abbiamo elencato una serie di automatismi che indicano alla rinfusa la schizofrenia psichica - sia dei singoli che delle istituzioni - normale e fisiologica entro certa misura in entrambi i portatori; è bene però distinguere tra schizofrenia o - parafrasando Orwell - dispensiero individuale e schizofrenia istituzionalizzata.
Intendiamo per schizofrenia istituzionalizzata non solo quella agita, perseguita e testimoniata dagli organi pubblici deputati alla regolamentazione della comunità: dal consiglio di circoscrizione al comune, ma tutti i comportamenti, sistematicamente opposti, agli enunciati della coscienza.
E' interessante chiedersi perché non creiamo o non sia possibile creare un ponte tra sottopersonalità interiori che tendono, ciascuna per proprio conto, a soddisfare esigenze e bisogni in contrasto tra di loro.
La volontà e la razionalità non vengono in soccorso: mi dico che voglio smettere di fumare e sono già dal tabaccaio.
Si racconta che Pasteur ad un pranzo avesse cercato di spiegare l'esistenza di organismi microscopici (i batteri), piccoli orrendi mostri onnipresenti responsabili di ogni male. A dimostrazione dell'antidoto, l'igiene, lavò ad una ad una le ciliegie nell'acqua del bicchiere; dopodichè, con massima noncuranza e dimenticanza, sorseggiò quella stessa acqua.
Distrazione? Lapsus? La psicoanalisi non salverebbe nemmeno lui dall'universale presenza del dispensiero nel soggetto umano e nel suo ambiente.
L'anoressica sa di rischiare la morte ma la coscienza di poter morire non le impedisce la coazione a ripetere e così pure il bulimico.

Video mejora sed peiora sequor.
In genere tutti i vizi sono razionalmente tenuti a distanza, salvo l'insorgere della personalità n.2 che invece li persegue con immediatezza.
Si pensi ai giocatori d'azzardo che frequentano i casinò: sanno già che perderanno se non si fermeranno in tempo, ma non riescono a fermarsi. Il loro vero intento è di nuovo "perdere".
In realtà i grandi giocatori nascondono personalità generose ed aperte che hanno in spregio la conquista del denaro da gioco preferendo ad essa il gioco medesimo. Peccato che l'azzardo ed il rischio finiscano, in questo sacro rito, con l'attorcigliarsi su se stessi in una ennesima coazione a ripetere, in una liturgia che manca la trasformazione, in un automatismo simile a droga.
Del dispensiero parlò già Ovidio:
"video mejora sed pejora sequor". Lo scrittore George Orwell lo riprende con il suo libro, precorritore, intitolato "1984".
Dispensiero è, nel libro citato , l'arbitrarietà del significato, assegnato alle parole, imposta dal Socing o Grande Fratello; addirittura, talvolta, si arriva all'identità di significato per parole opposte sicché "la guerra è pace", "l'ignoranza è forza", "la schiavitù è libertà".
Potremmo intendere il dispensiero come conseguenza di un compito troppo gravoso per l'ego e per le facoltà di cui può disporre: quello di mantenere la coerenza dei valori riconosciuti in una perfetta "gestalt". Forse si può, ancora, sostenere che solo la vera individuazione, in quanto fondata sul riconoscimento del Sè, può affrancare l'uomo dalla dinamica della contrapposizione, della confusione e infine della "coerenza sciocca" ovvero della "staticità".
Individuazione significa diventare coscientemente quello che già in potenza si è: significa visitare la doppia esistenza dell'essere, nel suo divenire storico e nella sua atemporalità cosmogonica, significa pensare dialetticamente gli opposti per procedere in sintesi progressive.
Ma l'individuazione è evento raro e ciò che prevale è il dispensiero, la pazzia, la schizofrenia.
E' come se la nostra volontà, resa impotente da un pensiero non "palestrato", denunciasse con zelo l'anacronismo e il limite della logica aristotelica, segnata dal terzo escluso e dal principio di non - contraddizione.
Hanno perso tutti: sia Aristotele che Hegel.
Il primo perché non è più tempo di evidenziare e sviluppare il puro discernere quale attributo della maturità del pensiero; tant'è che vince la contraddizione accidiosa, sterile; il secondo perché, pur avendo sviluppato tutti i momenti del pensiero, dalla contrapposizione, alla contraddizione e alla sintesi, non ha vissuto alcuna potente riattualizzazione ed alcun collegamento con la realtà concreta dei giorni nostri.
Chi lo fa, come la psicoanalisi dialettica, come S. Montefoschi, come le pur esistenti "scuole" hegeliane, sono troppo velocemente e ansiosamente messe da parte con l'accusa di dogmatico "sistematismo".

L'impoverimento della parola.
Per riprendere il nostro tema base, ci avvaliamo ancora di Orwell: occorre riconoscere che la nostra società non è molto lontana da quello che egli, in maniera lungimirante, aveva previsto, soprattutto per quanto riguarda la lingua. Nel suo romanzo viene imposta la Neolingua basata, come dicevamo, sul dispensiero.
Ora, una responsabilità dei media è sicuramente quella di impoverire il linguaggio.
Con l'impoverimento del linguaggio s'impoverisce anche il pensiero. E con il pensiero s'impoverisce la nostra coscienza che è il prodotto del pensiero inteso come dialogo interiore e sintesi.
La ricchezza della lingua è importante per superare i nostri automatismi . Se non c'è parola non c'è esperienza e non c'è esperienza se non c'è parola che possa esprimerla.
Oggi ci viene concessa tutta la libertà che vogliamo sul piano dei cinque sensi e della nostra animalità, primo fra tutti il sesso e la pornografia istituzionalizzata (offrire in pasto ai telespettatori "guardoni" l'intimità dei sentimenti, delle lacrime, dei baci, il quotidiano spettacolo dei politici che sanno testimoniare solo l'immaturità della contrapposizione, l'obbligo di memorizzare nuovi orrendi modi di dire dal "muro contro muro", "a tutto campo"; le "voci di corridoio" elevate a "notizia" vera, da celebrare nei mezzi di comunicazione di massa più diffusi, la deformazione del mondo ridotto solo a "cattiva, crudele, violenta, sanguinolenta, realtà", ecc.) mentre cresce subdolamente il tabù a pensare, a riflettere criticamente.
Siamo tutti colpevoli, certo, ma non posso fare a meno di pensare, ripeto, anche alla responsabilità dello Stato e della politica (scienza dell'eccellenza secondo un grande filosofo antico) che rappresentano la guida del Paese e che invece seguono i criteri del Grande Fratello, ovvero del Potere come possesso privato anziché del Potere come vero servizio.
Ci si dice che siamo liberi e complici grazie ad una falsa libertà a cui ognuno di noi è tenuto a credere come fosse vera.
E colludiamo perché spesso delegare e lasciarsi guidare è meno faticoso che conquistare davvero la sostanza della libertà. Restiamo spesso noi stessi, nelle nostre singole vite, produttori e sudditi di pensiero ideologico ovvero falso e se così è, è falsa anche la nostra coscienza e tutta la nostra vita.
La possibile conclusione è che il dispensiero o "schizoidismo" si faccia carico dell'aspetto mortifero. Con ciò intendiamo dire che se il potenziale carico di coscienza e di conoscenza risulta eccessivo per le povere spalle dei singoli ego isolati e soli, la morte spirituale è un modo per uscire simbolicamente dalla pesantezza del pensarsi, ciascuno solo, a portare un fardello che in realtà appartiene a tutti. La morte, dunque, è della nostra identità storica ed individuale, quindi dell'ego.
Noi pensiamo che solo portando la nostra identità sul piano universale, rendendo dunque conto della pluralità umana dentro di noi e fuori di noi, imparando a percepirci anche come Unico Soggetto Umano possiamo neutralizzare la spinta all'istinto di morte che si respira nelle nostre città.
Prevale l'individualismo e con esso la inevitabile depressione. Viene meno l'energia necessaria a saltare al di sopra di questa struttura psichica schizoide. Il gruppo, lo sappiamo, è poco coltivato in noi e fuori di noi. Come singoli siamo lacerati freudianamente tra vita e morte.
Potremmo utilizzare la consapevolezza, che pure circola, per creare un mondo di pace, d'amore e di spirito. Oggi la cosiddetta massa saprebbe procedere, verso l'edificazione di questo mondo, a nostro avviso, più velocemente rispetto ai suoi precedenti tempi naturali.
Forse l'abbandono morale dell'uomo da parte delle istituzioni, ben attive a proteggerlo o a seviziarlo sul piano materiale ed economico, può essere almeno sfruttato per un lavoro interiore che lo liberi dal robotismo.
A tale proposito lasciamo la parola direttamente all'inconscio con i suoi messaggi onirici:
- La sognatrice vive in una società in cui tutti si pensano liberi. Ma ella vede che ogni soggetto viene seguito da un robot che, aderendo al suo "protetto" e ripetendone i gesti, non lo abbandona mai.
Ogni volta che il singolo decide diversamente dal programma che il robot prevede, questi trasmette al suo "assistito" una scossa elettrica tanto più forte quanto più forte è valutata l'infrazione.
La sognatrice sa che tutti i robot rispondono ad un'unica mente centrale che scopre risiedere all'interno di un grande aeroplano nascosto in luogo desertico. Ella decide di affrontare questa Mente controllante e sale la scaletta dell'apparecchio.
Come tutti, ha però da sopportare le scariche elettriche del proprio robot, sempre più insopportabili perché sta osando l'impensabile! Con due mosse impreviste e da arti marziali, riesce ad atterrare il robot. Entra nella "stanza dei bottoni", dietro ai quali siede un classico giovane americano, biondo, slavato, occhi azzurri, occhiali.
Ella sa che potrà liberare il mondo e neutralizzare tutti i robot (cattivi angeli custodi) se riuscirà a sottrarre all'americano gli occhiali. Dopo movimentata lotta corpo a corpo riesce nel suo intento. Grandissima gioia e grande entusiasmo.

- Dilagano sempre più le copie degli esseri umani e nessuno sa più distinguere gli uomini veri dagli uomini falsi.
Angoscia infinita
.

Una domanda e una risposta.
P. T. de Chardin crede nell'uomo e anche nella psicoanalisi come strumento di liberazione interiore:
"E allora rivolgendomi ai professionisti della psicoanalisi direi questo:
Fino ad oggi, e per buonissime ragioni, la vostra scienza si è occupata di far percepire all'individuo, nel profondo di se stesso, impressioni dimenticate, complessi che, una volta smascherati ed accettati, svaniscono alla luce del Sole.
Tutto ciò va benissimo. Ma una volta compiuto questo lavoro di pulizia e di liquidazione, non è che ce ne sia da fare un altro più costruttivo e quindi più importante? Voglio dire, aiutare il soggetto a decodificare nelle zone ancora poco esplorate e chiarite di se stesso quelle grandi aspirazioni che sono: il senso di irreversibilità, di Cosmicità, il senso della Terra, il senso dell'Umanità.
Operazione inversa alla precedente. Psicoanalizzare non per liberare ma per impegnare. Permettere l'introspezione non per dissipare i fantasmi, ma per dare consistenza, direzione e soddisfazione a certi grandi bisogni o chiamate che soffocano dentro di noi (e per le quali noi soffochiamo) se non tradotte e capite.
In verità si tratta di una delicata e complicata opera di scoperta poiché in questo campo professore e studente, colui che dirige e chi è diretto, avanzano entrambi a tentoni: lavoro però molto fecondo poiché impegnato a discernere non più ciò che ci lega e ci appesantisce ma le molle più segrete e più generose del dinamismo psichico che ci anima.
Insomma fino ad oggi la psicoanalisi ha mostrato un interesse essenzialmente medico nel trattamento di forze e casi individuali. Al massimo si è occupata, in relazione a gruppi limitati (soprattutto a famiglie)….
Non sarebbe venuto il momento per la psicoanalisi, attraverso lo studio in ogni uomo delle sue aspirazioni transindividuali, di impegnarsi nell'elaborazione di un'Energetica (una Psico-Energia) umana proporzionata e ad uso di un gruppo zoologico in via di totalizzazione planetaria?" (*)
Siamo convinti che questo sia il lavoro elettivo ed è proprio questa visione evolutiva che da sempre abbiamo assunto come fondamento per la nostra ricerca ed il nostro lavoro.
(*) P. T. de Chardin "L'Activation de l'Energie" ed. du Seuil, Paris 1963


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