Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 2000 Pag. 14 Mario Quaglia

Mario Quaglia

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

IL COLORE BIANCO

La potenza della Metafora ci ha illuso di poter comprendere tutto e ci ha trascinato a sfidare le forze della natura e a pretendere un posto alla tavola degli dei

Non è certo questa la sede per affrontare lo spinoso problema della "conoscenza", pertanto, consentitemi di proporre alcune definizioni un po' volgarizzate ma di facile comprensione.
Definiamo come "di-fuori" (contrapposto al di-dentro) quell'insieme di cose-e-relazioni, concrete-ed-astratte, conoscibili-e-non-conoscibili che nel loro insieme formano quello che Kant chiamava il "Noumeno".
E come "di-dentro" quel posto (reale o virtuale che sia) interessato ad acquisire informazioni sul "di-fuori" finalizzate alla realizzazione di una "mappa", di un modello metaforico dal quale poterne desumere i possibili sviluppi.
Definiamo quindi "epistemologia" (La scienza del conoscere) come l'interfaccia tra questi due "mondi", cioè quell'insieme di strumenti sensoriali (materiali, concettuali o metaforici che siano)
utilizzati dal "nostro di dentro" per acquisire informazioni sul "nostro di fuori" .
Come corollario notiamo che il cosiddetto mondo del "di fuori" risulterà suddiviso in due parti: il "conoscibile, e il "non conoscibile". "Conoscibile" sarà quella parte che riuscirà ad interagire con gli strumenti di deduzione che fino a quel momento avremo messo a punto, ed invece chiameremo "inconoscibile" l'altra parte, la quale tra l'altro, finché non avremo adottato nuovi strumenti in grado di rilevarla, a tutti gli effetti ci apparirà semplicemente inesistente.
Il "gesto del conoscere", così definito, ci consente di trasformare "l'esperienza" (cioè l'interazione dei nostri strumenti col "conoscibile") in un mezzo utile per far previsioni e, in seconda battuta, in un mezzo per trasferire il "conoscibile" nel "conosciuto".
L'esercizio di tale metodologia e la fiducia crescente nella sua capacità di fare previsioni, producono presto una sorta di "digestione del conosciuto":
così il modello prima si trasforma in strumento e poi viene introiettato ed annega in quel profondo mare di certezze che chiamiamo "sapere".
Qualcuno liquidò questo processo in maniera sbrigativa ma brillante definendo Il sapere come "ciò che rimane della conoscenza dopo che abbiamo dimenticato tutto il resto." Così succede, ad esempio, che per prendere la patente ci esercitiamo con sequenze di gesti ostici, digeriamo insuccessi e liturgie frustranti: finché di colpo, rimosse fatiche e frustrazioni, ci ritroviamo improvvisamente a guidare l'auto ascoltando la radio e conversando col nostro passeggero.
Cosa è successo? Il volante, magicamente, si è trasformato in una estensione delle nostra braccia, il motore ed i freni in una estensione dei nostri piedi e l'automobile stessa in una estensione del nostro corpo ed, in fin dei conti, del nostro desiderio di girare a destra (o a sinistra).
Questo è il modo. E per generazioni il "sapere" ha continuato a migrare, come per incanto, da un individuo all'altro attraverso l'emulazione ed il tirocinio.
Chi voleva acquisire "knowhow", si poteva recare, a seconda dei casi, dal "Saggio", dal "Mago", dal "Maniscalco", ma da costoro riceveva invariabilmente solo indecifrabili alchimie e vessazioni iniziatiche.
Da chiunque si recasse il compito dell'"Apprendista Stregone" era sempre lo stesso: doveva preparare la cena, lavare per terra, pulire i cessi e se avesse mostrato qualche idiosincrasia essa sarebbe subito diventata la sua attività prevalente.
E guai ad allungare le mani verso gli strumenti del mestiere (o a fare domande pertinenti), come all'allievo nella favola zen per l'interesse mostrato avrebbe ricevuto in compenso una riga di legnate.
Ma poi, un bel giorno, il Maniscalco moriva e l'allievo, di colpo e con stupore, scopriva di sapere forgiare , scopriva che il Sapere del maestro, come per magia, era migrato in lui e scopriva infine di essere diventato lui stesso un Maniscalco.
Così andarono le cose per migliaia di anni, ma alla fine accadde qualcosa di esplosivo e rivoluzionario: qualcuno scrisse un "manuale".
Certo il fenomeno cominciò molto prima, infatti qualcuno, prima, aveva imparato a raccontare le storie più complesse attraverso il linguaggio metaforico ("..come talor toro furente - della montagna i fianchi discende - e tutto travolge…" vi ricordate l'Iliade?) e qualcun'altro aveva già iniziato ad incidere quelle storie sui monumenti di marmo o sui papiri, ma quando apparve il primo manuale l'umanità, folgorata e travolta, iniziò quella trasformazione che presto l'avrebbe (definitivamente?)
differenziata dal resto degli animali.
Abbiamo detto rivoluzionario ed esplosivo: rivoluzionario, perché da quell'evento in poi chi avesse voluto imparare qualcosa avrebbe potuto desumerne "il knowhow" dalle metafore espresse nel manuale, ed esplosivo poiché lo stesso manuale (riprodotto in scala) avrebbe potuto istruire una moltitudine di allievi anche contemporaneamente.
Da allora è stata inventata una Metafora adatta per ogni branca dello scibile, è stato scritto un manuale per ogni cosa e sono stati sperimentati i più fantastici mezzi per renderli disponibili (dalle Tavole di Mosè ad Internet) producendo quel fenomeno che chiamiamo "globalizzazione".
Così, la potenza della Metafora ci ha illuso di potere comprendere tutto e, in un delirio crescente e condiviso, ci ha trascinato (novelli Tantalo) a sfidare le forze della natura e a pretendere un posto alla tavola degli dei.
A questo punto non possiamo fare altro che toglierci il cappello, rispettare un minuto di silenzio e riflettere su di una parabola che, sembra, raccontasse Einstein a coloro che gli avessero chiesto di spiegargli la relatività:

Il colore Bianco
Un giorno, camminando in campagna, un cieco passò vicino ad una cascina ove un contadino stava accudendo agli animali del cortile.
Il cieco era immerso nei suoi pensieri ed era ossessionato dal problema del Bianco. Egli conosceva il nome di quel colore ma per quanti sforzi facesse non riusciva a comprendere cosa potesse significare. Sicché si fermò, si rivolse al contadino e così gli parlò:
- Buon Uomo, Lei che è così pratico delle cose della terra, mi potrebbe spiegare cosa è il Bianco?
- Beh, rispose il contadino, E' facile: il Bianco è il colore delle penne del Cigno!
- Il colore delle penne del Cigno? Io so cosa sono le penne, disse il cieco, ma non so cosa sia il Cigno.
- Ha presente un'oca? Ebbene il Cigno è come un'oca, ma molto più grande e con il collo lungo ed adunco.
- Con calma: posso immaginarmi un'oca grande ed anche un collo lungo, ma non riesco proprio a capire cosa sia "Adunco".
Il contadino, forse spazientito, si avvicinò al cieco e gli disse:
- Stia bene attento.
Così dicendo gli prese un braccio con ambedue le mani e mantenendolo ben teso aggiunse:
- Vede, così è dritto.
Quindi colle mani piegò il braccio del cieco in maniera che assumesse una curva simile a quella del collo del Cigno.
- e così è "Adunco"!
Il cieco si concentrò sulla forma del braccio per percepire il concetto, quindi sorrise come pervaso da una illuminazione e disse:
- Grazie, ho capito...

Mario Quaglia


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