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GeaBlog: Riflessioni e Pensieri in libertà
  dal 32 al 26   
Mario Quaglia Gen 2016
AGGRESSIONI VERBALI ED AUTOSTIMA

"Calunniate, calunniate, qualcosa alla fine resterà " Hermann Göring

Quando nelle nostre relazioni veniamo presi dalla passione, le discussioni, i moti d'ira e le aggressioni verbali che utilizziamo vengono “possedute” da rituali, canoni e melodie ancestrali pressoché identiche per tutti i popoli della terra. Ma a seconda delle circostanze, tali espressioni vengono adattate in modo da renderle più consone ai risultati che si vogliono ottenere. Per definire questo speciale tipo di adattamento, di volta in volta, utilizziamo termini diversi e specifici. Così a volte le chiamiamo “imprecazioni”, altre volte “minacce” e altre ancora “insulti”.
1) Le imprecazioni. Queste, fra i moti d'ira, sono senz'altro i più astratti e primitivi e servono solo per vestire la nostra disperazione e scaricare la nostra rabbia di fronte ad inopinati incidenti o irrimediabili disgrazie. Esse consistono sostanzialmente in urli, anatemi e maledizioni rivolte verso chi reputiamo responsabile di ciò che di negativo sta capitando o verso quelle forze oscure che, secondo noi, ci starebbero perseguitando.
2) Le minacce. Esempio: “Ti spacco qua!”, “Ti rompo là!”, eccetera. Esse sostanzialmente palesano la nostra irritazione e descrivono, di solito in modo esagerato ed immaginifico, quella che sarà la nostra ritorsione nel caso il nostro pernicioso interlocutore non intenda modificare quel suo comportamento che evidentemente non giudichiamo accettabile.
3) Gli insulti e la denigrazione. In questo caso lo scopo dei nostri intenti è più sottile (ed anche più moderno). Infatti in questo caso la nostra aggressione verbale è preventiva (nessuna azione fisica è stata ancora intrapresa né viene minacciata) e mira soprattutto a ferire psicologicamente il nostro avversario minandone la sicurezza e l'autostima.
Dal punto di vista della millenaria guerra “dello Spirito sulla Materia”, “del Software sull'Hardware” questo ultimo tipo di aggressione verbale, l'insulto, rappresenta lo stato dell'arte dell'evoluzione, l'ultima novità nella “corsa agli armamenti” in cui la natura da sempre si sbizzarrisce, l’innovazione epocale che improvvisamente sposta sul piano psicologico il teatro di guerra fra gli individui, così che attraverso la calunnia e la diffamazione si destabilizza e mette in crisi il modo stesso con cui il nostro avversario percepisce se stesso.
Per meglio comprendere l'efficacia di questo potente strumento e quali siano i meccanismi mentali che rendono così graffianti gli insulti e la denigrazione, sarà necessaria una breve riflessione su quell'area psicologica ove nasce e si sviluppa la cosiddetta “autostima”.
L'autostima è quello speciale sentimento che proviamo quando mettiamo in relazione il nostro sé percepito, cioè il particolare modo che abbiamo di sentire noi stessi, contrapposto con tutto quell'insieme di ambizioni ed aspettative che, nel loro complesso, rappresentano il nostro sé ideale. *)
In parole povere essa non sarebbe altro che una specie di bilancio consuntivo tra i successi che abbiamo conseguito e le aspettative ed i traguardi che ci eravamo prefissati. Ma l'ossatura di questo sentimento non è costituita solo dalla storicizzazione dei nostri successi.
Come l'esperienza ci insegna, molto dipende anche dalla qualità dei messaggi, dei commenti e dei feedback in genere che riceviamo dalle persone con le quali siamo in relazione: nel senso che le conferme in positivo e l'approvazione degli altri nutrono il nostro spirito e ci riempiono d'orgoglioso entusiasmo, mentre la perdita di consenso e considerazione ci svuotano, inducendo in noi esperienze di vergogna e di depressione.

Ed eccoci arrivati al punto fondamentale: gli insulti e la denigrazione mirano a suscitare nell'insultato la vergogna ed una inconsulta pulsione a sottrarsi e scomparire.
Molti confondono riduttivamente questo sentimento col senso del pudore, ma la vergogna è molto di più, è un sentimento lacerante, che proviamo nelle situazioni più disparate, una emozione intensa che genera sempre dolore profondo e sconforto.
“Che brutta figura che ho fatto” “Ho perso la faccia” “Avrei voluto sprofondare”, eccetera.
L'esperienza della vergogna è sempre legata al vissuto di un nostro fallimento pubblico: per non essere riusciti a realizzare un progetto, per avere deluso la fiducia e l'aspettativa che altri avevano riposto in noi, per non essere riusciti a difendere un bene o un valore socialmente importante di cui eravamo i depositari, oppure, come dice il dizionario etimologico, “...per avere commesso alcuna cosa da riportarne disonore o avvilimento o biasimo o beffe”.
Sicché l'insulto, come diceva Schopenhauer, finisce per diventare un'arte: l'arte della propaganda negativa, l'arte di suggerire ed indurre attraverso la denigrazione esperienze di fallimento, vergogna e disperazione.
“Fallito!”, “Cornuto!”, “Impotente!”: sono tutti insulti finalizzati a mobilitare in colui contro cui vengono scagliati, “vergogna” e “profondo sconforto“. E la prostrazione risulterà tanto più intensa quanto più l'insuccesso che si auspica o a cui si allude sarà reso palese e di dominio pubblico .
E sarà proprio la cassa di risonanza prodotta dagli altri ad amplificarne l'effetto.
Dobbiamo quindi ancora una volta ricordare l’ispirata intuizione di Paul Watzlawick, in cui si afferma che la Civiltà iniziò proprio quando qualcuno, per la prima volta, scagliò contro l'avversario un insulto invece che una freccia.


*) William James (1842 – 1910): "Pragmatism: A New Name for Some Old Ways of Thinking", (1907)

Estratto dal pamplet "La lingua è la spada" di Mario Quaglia (2014).


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