Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Dicembre 1996 Pag. 3° Ada Cortese

Ada Cortese

 TEORIA 

PENSIERO FORTE, PENSIERO UNIFICANTE

Un po' di disamore rovina l'amore

La visione globale del pensiero che vede se stesso è realtà. Basta attingere per esempio, per rendersene conto, all’opera di S. Montefoschi.
La visione quotidiana del pensiero che, come si pensa, si vede, è il lavoro a cui siamo addetti.
Il pensiero si vede, ossia si riflette e si attua nel reale, per come si pensa nel Soggetto.
Il Soggetto è Uno e "duale" in ciascuno e nel Tutto. E’ uno perchè sa di sè sia come potenza che come atto. E’ duale, dialogico, perchè, in ciascun soggetto (particolare e universale), si sente nei suoi due momenti: come soggetto/potenza e come soggetto/atto (manifestazione).
Anche la cosiddetta "realtà esterna" è dunque pensiero.
La nostra percezione "esteriore" del pensiero è nient’altro che la "verifica" nel reale del suo pensarsi in noi. O, potremmo dire meglio, il reale esteriore si fa risposta alla nostra interrogazione interiore. La realtà ci "risponde" se con essa sappiamo dialogare (e anche se non lo sappiamo. Ma proprio questa incoscienza rende tutto più drammatico).
Se in ciascuno di noi il pensiero pensa "rettamente" e in tutti, pochi o tanti, coralmente, il reale diventa la sua retta manifestazione. Il reale è la manifestazione esterna del pensiero mentre il soggetto umano è la sua manifestazione interiore.
La frase che spesso ci diciamo: "l’uno fa da sè", è impropria perchè ristabilisce una separazione. In realtà l’uno siamo ognuno di noi e noi collettivamente . Ma non come semplice dichiarazione quanto come vivente interazione del pensiero in se stesso, interazione che è poi la sua struttura.
Un sogno giuntoci recentemente bene esprime l’impossibilità della separazione:
La sognatrice vede un vaso su cui sono scritte le domande rispetto ai grandi enigmi del mondo. Le risposte sono all’interno. La sognatrice vuole leggerle ma esse sono coperte da un secondo vaso di luce che ricalca esattamente le pareti del primo. Ella pensa di sezionare ai due lati il primo per poter leggere ma si dice che così facendo si perderebbe definitivamente ogni informazione.
Non si tratta di abbandonarci all’Essere perchè in quello stesso pensiero l’Essere si abbandona a noi. Risultato: abbandono totale. In realtà è il nostro pensare rettamente che sveglia l’Essere. Senza il lavoro spirituale di ognuno di noi non può accadere nulla. Anche se poi questo lavoro si "riduce" a poca cosa: all’accoglienza di tutto, di ogni vicenda, di ogni pensiero, in senso solo affermativo. Ma è cosa assai dura, la più dura forse in assoluto, sostituire al paradigma della divisione quello dell’unità.
Non sono ammesse, mi pare, nel lavoro di reintegrazione dell’uno, perdite energetiche conseguenti a pensieri negativi ossia rifiutanti. Non sono ammesse riserve che non siano a loro volta viste e superate da questo punto di vista superiore.
Mi pare che sia impedita la possibilità di sottrarci all’amore per noi se ci è impedita la possibilità di sottrarci all’amore per il Tutto.
O l’uno è amore, da subito, o non lo sarà mai. Questo dipende da noi perchè il pensiero-amore è là dove lo si agisce.
Diversamente si ripristina la legge, dunque la divisione e con essa una distanza tra l’oggi e un ipotetico "tempo futuro" e con esso il sentimento del reale, della vita, del lavoro come peso, come impegno, come fatica. Ma, come bene si dice in un altro sogno, non v’è più nulla da raggiungere, nessun traguardo. Ergo: siamo liberi dal fine, dalla distanza, dal traguardo perchè tutto è già qui.
L’amore è forza "fisica" di concentrazione, dunque è esattamente l’opposto della legge. L’amore è una "forza" già teoricamente scoperta ma non ancora vista. Sappiamo che c’è ma non l’abbiamo ancora "individuata" nè tanto meno resa nostra naturale convivente quotidiana.
Io credo che tutti i pensieri "fragili" ossia che indugiano sulla nostra personale difficoltà, di qualunque tipo essa sia, non facciano altro che posticipare la reintegrazione consapevole dell’uno perchè indeboliscono il rispecchiamento nel reale del pensiero affermativo, solo affermativo e allora davvero ci viene riflessa dall’"esterno" la forma del nostro pensiero "pavido ", il reale davvero si fa difficile.
Verrebbe da pensare che sto suggerendo una filosofia della fede totale (e del delirio cosmico!) ma a questo punto del percorso non credo sia indicato l’uso di una tale parola. La fede appartiene al tempo della legge. L’amore al tempo della conoscenza. E noi conosciamo più di quanto ci piaccia immaginare.
Si tratta di non perdere mai la nostra presenza al pensiero, al conoscere. Se noi conosciamo l’Essere, se noi ci sentiamo costantemente insieme alla presenza disincarnata, se noi coincidiamo con essa e dunque col Tutto, come possiamo non amare le vicende che anche a lui toccano in quanto toccano a noi?
Ecco, io credo che l’esercizio fondamentale sia questo: di non centrarci su ciò che manca ma su ciò che è. Se si ama già solo tentare questa visione si è già nell’infinito.
Non dovremmo avere a questo punto del percorso bisogno di "prove sensibili" potendo gustare all’origine e dentro di noi il senso di risanamento e di "ritorno a casa" che questo pensiero/amore produce. E invece anche quelle ci vengono spesso offerte in aggiunta, in più.
Noi qui a GEA ne siamo ciclicamente inondati e l’ assolutamente nuovo non è tanto la cosa in sè, che penso sia esperienza di ogni persona evolutiva o spirituale, quanto il fatto di esserne testimoni insieme, di vedere insieme il pensiero all’opera, soprattutto per quelli di noi che praticamente "convivono" a GEA. E certo, io riconosco che è il pensiero che fa e riconosco anche che quel pensiero è stato fortissimamente aiutato da noi a manifestarsi. Quel pensiero è noi.
C’è stato un tempo per fare silenzio e presenza al fine di uscire dalla carogna di un vecchio mondo imputridito e per liberarci dal puro "gusto psicologico". E’ forse ora tempo per fare attenzione alla qualità dei nostri pensieri.
Ci si può chiedere che si vada più a fondo di questo predicato: affermativo. Con ciò io non intendo l’affermatività egoica; intendo qui che di ogni pensiero, vicenda, situazione, dolore del mondo compreso, si debba "render conto", "rendere ragione" ossia che noi tutti si debba essere "testimoni attivi" di se stessi e del reale e non "testimoni giuridici", per ricondurre tutto all’uno piuttosto che ostacolare questa integrazione con i nostri pregiudizi che ci irrigidiscono e ci costringono alla pura lettera della legge privandoci della vitalità dello spirito.
Se dovessi riassumere in poche parole il lavoro fondamentale di GEA, il contributo che GEA ha dato alla manifestazione amorosa del pensiero, io direi che esso è stato, è, sarà - finchè occorrerà - il transitare il pensiero, imprigionato fin qui dalla legge che ormai uccide la vita all’amore che la vivifica. Dunque la fatica fondamentale è quella del perseguire sempre e comunque il puro pensiero affermativo.
Detto in altri termini: un po' di disamore rovina l’amore. Lamentarsi di come stanno le cose per noi, per il nostro interesse personale, invalida tutto tutto tutto.


Ada Cortese


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